Vittorio Giovanelli: cinquant’anni di televisione italiana.
Difficile trovare un’unica definizione per descrivere Vittorio Giovanelli. È, senza dubbio alcuno, un uomo di comunicazione per eccellenza e la sua storia professionale si intreccia con la storia di ben cinquant’anni della televisione italiana.
Nato a Bovolone (VR), da bambino vive la tragica esperienza della Seconda guerra mondiale, per poi trasferirsi con la famiglia nel quartiere di San Zeno a Verona, dove inizierà a lavorare nell’azienda fondata con il cognato producendo impianti elettrici.
Arrivato casualmente a lavorare in TV, inizia la sua attività di Operatore Tecnico Tv in Rai nel 1955 per poi divenire Organizzatore di Produzione. Nel 1980 lascia la Rai per entrare nella TV Commerciale della Rizzoli Editore in qualità di Responsabile delle Produzioni TV e dopo circa due anni passa alla Mondadori per dirigere le attività produttive della neonata Rete4.
Entrato nel 1984 in Fininvest, svolge diversi ruoli: Responsabile dei Budget produzioni, Direttore Programmi Originali, Direttore Risorse Artistiche e Vicedirettore Generale della Divisione TV della RTI. Dal 1966 al 2001 ha l’incarico di Direttore di Rete4 Mediaset. Durante lo svolgimento delle sue attività ha ideato molti programmi di successo come Il trucco c’è, Simpaticissima, La domenica del Villaggio e con Buona Domenica di Canale5 riceve un Telegatto.
Al termine della sua attività ha pubblicato i libri “Le tribù della tv” e “In guerra senza elmetto” (uno spaccato della storia d’Italia durante la Repubblica Sociale Italiana), ha tenuto su Radiocorriere TV la rubrica “Televisione e dintorni” e sul periodico Dentro Milano “A telecamere spente”, ha collaborato con il Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo da Vinci all’allestimento di un padiglione dedicato alla storia della televisione italiana.
Buongiorno Vittorio, mi piace molto il modo in cui ti si è descritto, per rispondere a chi, su un giornale, ti aveva definito un autore e un direttore.
Ho preso subito carta e penna e ho scritto “L’indefinibile”: “Giovannelli ha scritto 52 articoli sul Radiocorriere TV, cioè un’annata completa, più altrettanti su periodici locali, più varie relazioni, ma, non è un giornalista.
Ha tenuto un ciclo di lezioni, al momento “Storia della Tv”, all’Università Terza Età Cardinal G. Colombo di Milano.
Ha tenuto lezioni nei corsi regionali lombardi per giovani su come avviare le produzioni che operano in TV, ma non è un docente.
Ha scritto e pubblicato dei libri, ma non è uno scrittore.
Ha brevettato un dispositivo elettronico utile alle fornaci dei laterizi, venduto in mezza Europa, ma non è un inventore.
Ha ideato programmi di successo su rete TV nazionale, ma non è un autore.
Ha cofondato in gioventù un’impresa di impianti elettrici e ha realizzato impianti per ospedali, condomini, caserme e postazioni antiatomiche nel Veneto, ma non è un imprenditore.
E’ l’unico operatore TV che è stato scelto per divulgare attraverso un video nel 2009, nel Padiglione delle Telecomunicazioni del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, le modalità produttive dei programmi TV, le professioni di coloro che le realizzano e l’evoluzione dei mezzi impiegati, ma non è un divulgatore.
E’ stato il primo e unico direttore di una rete commerciale a ottenere dalla CEI, Conferenza Episcopale Italiana, l’inserimento della Santa Messa domenicale nella programmazione di Rete 4.
Nei convegni per seminari cattolici svolti in tutta la Lombardia ha tenuto conferenze sulla modalità più accorta per fruire della programmazione TV, ma non è un catechista.
Ha scritto poesie che hanno emozionato coloro che hanno potuto leggerle, ma non è un poeta.
Per quanto sopra, sembra corretto dire che la professione di Giovannelli non è definibile.
Tu hai vissuto a cavallo di due secoli profondamente diversi, che effetto le fa essere testimone di tante trasformazioni?
Mi fa un effetto duplice. Entrambi i secoli mi portano a considerazioni positive, e a considerazioni negative. Lo so che può sembrare un colpo alla botte e un colpo al cerchio, ma io apprezzo la prima parte della mia vita perché è quella naturale dei giovani che vedono le meraviglie del mondo che li circonda e, se hanno un minimo di intraprendenza, possono spaziare con la loro fantasia, con la loro volontà, e percorrere una moltitudine di vie.
Si è trattato di un periodo negativo dal punto di vista della qualità della vita perché ho vissuto la guerra da adolescente, subendo i bombardamenti, e inoltre ho anche perso mio padre perché, a causa della guerra, non l’ho potuto seguire fino alla fine ed era a 35 km lontano da casa. Di quell’epoca, ho una nostalgia profonda per quanto riguarda le scoperte fatte e le esperienze formative che ho vissuto, ma non rinnego né rimpiango nulla.
C’era la dittatura in quel periodo, ma per me non esistevano i partiti: io ero italiano ed era l’Italia che portava Pozzo con la nazionale a vincere il Campionato del Mondo e Italo Balbo a raggiungere con un idrovolante il Brasile.
Un’impresa simbolo dello sviluppo tecnologico di un’Italia che cerca di proporsi orientata al progresso, nel panorama delle nazioni sviluppate d’Occidente.
In quell’epoca c’erano discriminazioni sociali molto forti, c’era la lotta sindacale per ottenere lo statuto dei diritti dei lavoratori. Io in Rai non avevo limiti di orari. I turni di lavoro erano dalle 9 del mattino alle 16 e dalle 16 alle 23.30, orario di chiusura delle trasmissioni.
Se per caso, colui che doveva subentrare al tuo turno non si presentava, tu automaticamente facevi anche il suo turno. E le ore diventavano 20 anziché 10. Il riposo non era considerato. Io ho lavorato anche 60 giorni senza un solo giorno di stacco. Era un periodo davvero pessimo, sotto questo punto di vista.
Ho avuto esperienze contradditorie. Ed è così anche oggi.
Non ho paura dell’intelligenza artificiale e l’idea che un’auto possa circolare da sola, senza autista, mi attrae, mi incuriosisce. Siano benvenuti i vantaggi derivati dal progresso della scienza, del sostegno delle classi sociali, …
Ma oggi c’è una grande perdita di valori.
Una volta c’era il timore, il rispetto della religione. Il mio prete mi appiccicava su una tesserina delle fiammelle in relazione al comportamento tenuto durante le ore di oratorio e io ero sinceramente convinto che questo fosse il mio destino, cioè, andare dritto all’inferno!
Oggi, evidentemente, questo timore non esiste più. Abbiamo perso anche la moralità insita nelle tradizioni.
Io mi trovo a fare un bilancio e a definirmi un rassegnato ad accettare anche tutti i ‘‘contro’ del progresso, tutte le contraddizioni che viviamo.
Ci vorrebbe quindi un nuovo sistema di valori. Quali realtà lo potrebbero incarnare?
Quelle che possono dare una speranza. Sono i movimenti, anche i più criticabili, che mettono al centro della loro attività, e del loro impegno, il rispetto e la dignità umana.
Questo per me è importante.
La cultura può essere un buon antidoto?
Assolutamente sì! Solo grazie alla cultura possiamo progredire. Grazie alla cultura si accede al vero universo, quello costituito dalle intelligenze, dai talenti, dalle creazioni altrui.
L’umanità si trova ad un bivio: se andare a ruota libera verso tutto ciò che è accessibile alla mente umana o se, prima di tutto, preoccuparsi di regolare la vita, istruendo. Con il web, l’accesso al tutto ha portato ad un’ubriacatura generale.
Io ho vissuto per moltissimi anni nella convinzione che un carabiniere fosse un carabiniere, che un ladro fosse un ladro, che un prete fosse una persona per bene, che un banchiere fosse una persona capace di amministrare il denaro. Oggi non è più così! Molti gravi accadimenti hanno tolto credito ai ruoli, alle divise.
Per me, è sempre esistito un concetto molto particolare, derivato da una forma filosofica, che si chiamava prestito d’essere: il credito che tu davi a una persona la trasformava in verità, in una cosa in cui credere.
Temo che, se le cose dovessero peggiorare, potremmo arrivare al punto che non sarà più una questione di cultura ma bensì una questione di sopravvivenza. Potrebbe divenire preminente l’ordine, che in un ambito sociopolitico, significa dittatura. E non sarebbe un cambio favorevole!
Per questo motivo, l’ordine deve derivare dall’educazione, dalla cultura.
Necessitano molti più insegnanti, molti più maestri di vita.
La tua filosofia di vita?
Lasciarmi trasportare dalla vita.
Con chi vorresti trascorrere del tempo?
Con chi sa raccontarmi di esperienze che io non ho fatto, così le potrei vivere attraverso i racconti. Ho bisogno di confrontarmi con gli altri.
La curiosità è sempre il filo conduttore.
Sì, perché la conoscenza mi arricchisce.
Cosa ti emoziona maggiormente?
Mi emoziona una parola. Mi emoziona una canzone. Mi emoziona ogni cosa. Mia madre si era trasferita negli Stati Uniti perché mia sorella aveva sposato un americano, e sapendo dell’amore che provavo nei confronti degli animali, mi raccontava sempre dei colibrì che vedeva nel giardino della loro casa.
Una volta ero a Los Angeles, per un servizio de “L’uomo e la magia”, e, arrivati alla villa dove fu uccisa la moglie del regista Polański, entrando nel giardino, mi venne incontro un colibrì. Rimase immobile di fronte a me per qualche minuto, osservandomi. Fu un momento così commovente, che mi misi a piangere.
Ti piacciono gli spazi di silenzio, di riflessione?
Sono il mio ristoro. Amo il silenzio, non quello imposto dalle circostanze, dove ti trovi isolato e solo, ma il silenzio interiore che cerchi tu. A Desenzano, ho fotografato una panchina tra due alberi con una barca a vela in lontananza e ho intitolato questo scatto “Il Silenzio”.
Su quella panchina ho depositato i miei desideri, i miei sogni. Non bisogna mai smettere di sognare. La mia vita è onirica più di quanto si pensi. Perché non l’ho basata su un progetto ma sulle prospettive che mi presentavano gli eventi. Non ho mai progettato di diventare direttore di una rete televisiva.
Come è accaduto?
Casualmente. Io nasco elettrotecnico e con Franco, che sarebbe diventato il mio futuro cognato, fondammo la VIFRA, una impresa di impianti elettrici, con alcuni dipendenti. Ci affermammo, ma ad un certo momento fummo costretti a chiudere. Ero a Milano per uno degli ultimi impianti e nell’ufficio dell’impresa per la quale lavoravamo, c’era un Radiocorriere, rivista settimanale che solitamente non leggevo. Nell’attesa, lo sfogliai e vidi l’avviso di un bando indetto dalla Rai per operatori tecnici radiofonici.
Mio zio aveva un negozio di vendita e riparazioni radio Tv e ogni volta che lo andavo a trovare, rimanevo sempre affascinato dalla musica che proveniva dai televisori.
Incuriosito dal bando, telefonai e decisi di partecipare, cercavano un radiotecnico e così iniziai a studiare con l’aiuto di mio zio.
Mi convocarono: eravamo in trecento a dover affrontare i test e mi classificai al 29° posto. Così entrai in Rai in qualità di operatore tecnico.
Con una borsa di studio passai 4 mesi a Torino per qualificarmi ulteriormente e l’essermi classificato 12° su 40, mi consentì di scegliere il settore e il luogo di lavoro. Ero fidanzato e avevo il terrore di finire nell’alta Sardegna! Così scelsi Milano e il settore video. Ma non mi accontentai e da tecnico di tele cinema me ne andai per due mesi in Marocco per costruire la televisione di Stato, in seguito all’indipendenza dalla Francia
Tornato in Italia, seguii il centenario del Giro ciclistico e poi le alluvioni, prima a Firenze e poi a Belluno.
In seguito ad un trattato con la Germania, aprimmo una sede Rai anche a Bolzano, programmando un telegiornale in lingua tedesca.
Andavo ovunque mi chiamassero, ero sempre disponibile a nuove avventure. Ecco perché ti ho detto che non avevo un progetto preciso.
Poi mandai in onda servizi sulla donna, sulle condizioni dei lavoratori, …, con l’intento di donare ai telespettatori un ritratto dell’Italia di allora. Tutto ciò mi appassionava moltissimo: avrei voluto parlare con la gente, ascoltare le loro storie e raccontarle, ma a quei tempi non era consentito il cambio di ruolo.
Finalmente, negli anni ’70, grazie ad una conquista sindacale, superai la selezione interna e diventai organizzatore di produzione.
In tale veste, curai la realizzazione di molti programmi, tra cui le inchieste internazionali di Enzo Biagi in Europa e negli Stati Uniti e l’indagine sulla magia nel mondo di Sergio Giordani, girata in Brasile, Giappone, India, Stati Uniti ed Europa. Tornato in Italia, mi affidarono l’organizzazione delle puntate italiane di Giochi senza frontiere e la coordinazione delle partecipazioni delle nostre squadre alle competizioni nei vari paesi europei.
Un ricordo del grande Enzo Biagi?
Dopo avermi conosciuto e aver sperimentato la mia affidabilità, Biagi non faceva partire una sua trasmissione senza di me. Sua figlia Bice mi ha confessato che le diceva sempre: ‘Quando vado in giro con Giovannelli mi sento una valigia. Mi porta sempre dove devo essere.’ Ovunque fossimo, saliva in auto con me. E qui mi ricollego al ‘prestito d’essere’ che prima ti ho citato: si fidava ciecamente di me.
Ho avuto un rapporto davvero straordinario con Biagi. Durante i nostri viaggi, trascorrevo persino il giorno di riposo con lui!
Mi vuoi raccontare un aneddoto legato a Silvio Berlusconi?
Riunione ad Arcore. Solitamente accadeva di venerdì e si entrava per blocchi: per la TV, per es., non partecipavano gli architetti dell’edilizia, altra attività di Berlusconi, e per il cinema arrivava Bernasconi, che era deputato a contrattare per questo settore.
Un giorno arrivò Cecchi Gori e Berlusconi iniziò a presentare i vari direttori e quando toccò a me disse: “Ecco, questo è lo zio di tutti noi”.
Tra l’altro, tutti sapevano che io ero originario di Verona ma io evitavo di parlarne perché, pur non essendo un tifoso di calcio, per due anni consecutivi il Verona aveva sfilato lo scudetto al Milan.
Hai qualche rimpianto?
Ho il rimpianto di non aver conseguito il brevetto di pilota. Avevo uno zio istruttore e spesso mi portava al campo di volo. Avevo 12 anni e occorrevano 18 anni per potervi accedere. Poi scoppiò la guerra e il mio sogno si infranse. Mi sarebbe piaciuto anche fare l’insegnante.
Penso che l’indole all’insegnamento tu l’abbia comunque trasferita nella professione.
Sì, è così.
A che cosa non puoi rinunciare?
A dialogare con il prossimo.
Negli anni Settanta, per una rubrica culturale, andai a casa di Monsignor Angelini, noto studioso del Manzoni, per intervistarlo. Entrando nella sua stanza, mi trovai di fronte ad un uomo ieratico nell’aspetto, chino su un leggio dove vi era appoggiato un grande libro. Stava consultando i Promessi Sposi. Alzando lo sguardo, mi accorsi che l’intera stanza era tappezzata di libri e ne rimasi colpito. Lui fumava moltissimo e io gli feci notare che questo eccesso gli avrebbe fatto molto male. Ma lui mi rispose: ‘Lo so, mio caro, ma io ogni tanto mi perdo avviluppato nelle spire di questo fumo, evado dalla realtà e concepisco cose che diversamente non sarei in grado di partorire.’
Gli fui molto grato per l’intervista che mi rilasciò e gli regalai una pianta fiorita. A distanza di 15 giorni, ricevetti una sua lettera dove mi diceva che si era informato di chi io fossi, aveva reperito il mio indirizzo di casa e quindi mi aveva inviato quella doverosa lettera di ringraziamento.
Era scritta a penna con l’inchiostro e asciugata con la sabbia del Po, che io ho conservato gelosamente, ma dopo anni, un po’ per volta, i granelli sono fuoriusciti dalla busta.
Mi piace pensare alla vita come una clessidra colma di granelli, dove io sono uno di quei granelli. Non so esattamente la mia posizione, ma quando la clessidra viene capovolta, ammesso che io sia nel fondo, alla fine ritorno in superficie.
Grazie Vittorio, è una bellissima metafora della vita.






