Il Condominio Interiore di Alessandra Berta nasce da un territorio di confine tra ciò che mostriamo al mondo e ciò che custodiamo nel silenzio. Non è un semplice racconto, ma una metafora potente dell’identità: un palazzo immaginario fatto di piani emotivi, stanze abitate da ricordi polverosi, fragilità mai confessate e piccole, necessarie rinascite. Attraverso le sue pagine, l’autrice ci invita a salire le scale della nostra consapevolezza, piano dopo piano, per tornare finalmente a dare un nome a quegli inquilini interiori che abbiamo troppo spesso ignorato.
Tra pagine che sembrano confessioni e immagini che diventano simboli, l’autrice costruisce un luogo in cui è impossibile non riconoscersi e lo scrive chiaramente: “Sul settimo piano non arriva nessuno, né postini, né vicini, né curiosi. Eppure è il luogo dove ho incontrato più presenze di quante ne abbia mai viste altrove.” Perché la verità è che, dentro di noi, non siamo mai soli, abbiamo incontrato Alessandra per capire da dove nasca questo viaggio.
Alessandra, partiamo dal titolo: cos’è davvero questo “condominio“?
È il posto dove convivono tutte le nostre versioni. Quelle che siamo stati, quelle che abbiamo nascosto, quelle che abbiamo difeso e quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di ascoltare. Ho immaginato un palazzo perché la mente e il cuore funzionano così: a piani, a stanze. Alcune illuminate, altre chiuse a chiave da anni.
Nel libro il “settimo piano” è un’immagine potentissima. Che luogo rappresenta?
È il piano del silenzio, quello dove non arrivano gli altri, ma dove incontri finalmente te stessa. Non ci abitano fantasmi, ma frammeni la parte di te che ha avuto paura, quella che ha amato troppo, quella che ha imparato a difendersi. Quando ti fermi davvero ad ascoltare, quelle parti tornano a sedersi accanto a te e non per farti paura, ma per farti compagnia.
Usi una metafora forte: “Alla fine, non si riempie mai niente. Io sono un vaso comunicante.” Cosa intendi?
Molte persone vivono così, riempiendo e svuotando continuamente. Nel libro scrivo che “non trattengo, collego” ed è la sensazione di essere attraversati dalle emozioni degli altri, dalle aspettative, dai bisogni. A volte sembriamo pieni, ma in realtà stiamo solo compensando un vuoto che sta altrove.
C’è una frase che colpisce come uno schiaffo: “Chi mi riempie lo fa per bisogno, non per verità”. È una riflessione sull’amore?
Anche. Molte relazioni nascono da un bisogno urgente, non da una verità profonda, il bisogno ti riempie per un istante, ma poi evapora e ti lascia più vuoto di prima. La verità invece resta, non ha fretta, credo che uno dei viaggi più duri della vita sia imparare a distinguere queste due cose.
Questo libro sembra un lungo dialogo con se stessi. È stato difficile scriverlo?
Moltissimo, perché per scrivere certe cose devi prima accettare di attraversarle ma la scrittura serve a questo, mettere ordine nel caos, dare un nome alle emozioni che ci portiamo dentro e che non sappiamo come chiamare.
Se dovessi scegliere una cosa sola che il lettore dovrebbe trovare nel tuo libro?
Una stanza in cui riconoscersi, perché tutti, prima o poi, finiamo su quel pianerottolo dove incontriamo le versioni di noi che pensavamo di aver lasciato indietro. E forse sono lì proprio per ricordarci che siamo molto più di quello che crediamo.
In una pagina del libro parli della “Vecchia Anima” che preme il tasto pausa. Chi è questa figura che ci ferma all’improvviso?
È quella parte di noi che non ha bisogno di ragioni o di perché, arriva quando il rumore del mondo diventa insopportabile e ci scaraventa addosso un silenzio denso, quasi fisico. È come una madre che ti appoggia una mano sul petto e ti sussurra: “Sta’ fermo un istante. Voglio sentirti vivere, oltre tutto quello che fai”. Questa diventa la nostra verità che rivendica spazio oltre la performance, oltre il dover essere sempre “in lotta”.
Scrivi che alcune battaglie non vanno vinte e nemmeno combattute. Non è un po’ una resa?
Tutt’altro invece, è saggezza la Vecchia Anima sa che ci sono dolori che non vanno “risolti” per forza, come se fossero problemi matematici. Ci sono ferite che vanno solo attraversate, guardate da lontano con lo stesso rispetto che si deve a un paesaggio austero. La resa è smettere di esistere, questa invece è accettazione. È capire che il dolore, a volte, è semplicemente necessario per ritrovare le proprie fondamenta.
Il Condominio Interiore non offre risposte facili, ma invita a un’onestà spietata. Tra piani silenziosi e vasi comunicanti, Alessandra Berta ci ricorda una cosa semplice e spesso dimenticata, dentro di noi abita molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Non è un manuale di soluzioni pronte all’uso, né una mappa con le scorciatoie per la felicità al contrario, è un invito silenzioso a praticare un’onestà spietata nei confronti di se stessi. È un libro che ci spinge a non distogliere lo sguardo, a fermarci proprio lì, su quel pianerottolo dove solitamente tiriamo dritto per paura di ciò che potremmo trovare dietro le porte chiuse.
Tra i corridoi di questi piani silenziosi e il passare di vasi comunicanti che non smettono mai di scambiarsi emozioni e mancanze, Alessandra Berta ci riporta a una consapevolezza elementare, eppure troppo spesso dimenticata: la nostra identità non è un monolite, ma un ecosistema complesso e vibrante.
Dentro di noi, infatti, abita molto più di quanto siamo disposti ad ammettere a voce alta. Esistono stanze mai aperte, inquilini che non abbiamo ancora avuto il coraggio di invitare a cena e silenzi che, se ascoltati con il giusto rispetto, hanno molto più da dire di qualsiasi rumore quotidiano. Alla fine, il viaggio tra queste pagine ci suggerisce che non siamo noi a dover possedere il nostro condominio, ma dobbiamo semplicemente imparare ad abitarlo, accettando che ogni piano, anche quello più buio, fa parte delle nostre fondamenta.
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