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il caso GF potere, silenzi, vendetta postuma e gogna mediatica

il caso GF potere, silenzi, vendetta postuma e gogna mediatica

Alessandra Berta
gfvip

Volente o nolente il GF crea scompiglio, perché indignarsi oggi non basta più, esiste una differenza enorme e spesso volutamente ignorata tra denuncia e gogna, tra giustizia e spettacolarizzazione del disprezzo.
E il caso delle chat finite in pasto al pubblico lo dimostra una volta di più, il vero scandalo non è soltanto cosa viene detto, ma come scegliamo di guardarlo.

Quando un contenuto privato viene estratto, isolato, sbattuto in prima pagina e trasformato in munizione morale, siamo nel terreno viscido del linciaggio culturale, della gogna a comodo e piacimento, quella che non chiede contesto né responsabilità, ma solo un bersaglio, giusto o sbagliato che sia.

E no,  non c’entra il genere, non c’entra l’orientamento sessuale e non c’entra nemmeno il personaggio coinvolto, ma un metodo, ed è un metodo malato.

IL VERO ORRORE È QUANDO IL POTERE DIVENTA MERCE

Il punto più grave, quello che spesso resta sullo sfondo, è un altro ed è infinitamente più inquietante. L’orrore sta nella vendita di posizioni sociali, lavorative, di visibilità e di potere, nella  disinvoltura con cui queste posizioni vengono proposte e nella facilità, altrettanto inquietante, con cui vengono accettate. Non stiamo parlando di libertà individuale ma tutto questo diventa inevitabilmente una asimmetria di potere.

Quando un ruolo diventa moneta di scambio, e l’accesso a un’opportunità viene legato a una disponibilità personale, quando il merito viene sostituito dalla trattativa privata, non siamo più nel campo del consenso ma siamo dentro un sistema che normalizza la trattativa soft. Ed è questo sistema che fa davvero paura, ma che è fatto di attori che interpretano un ruolo, ognuno il suo. Un copione che spesso viene accettato e portato a termine ben coscienti e consci della strada che si sta percorrendo.

C’è poi un’altra responsabilità, meno evidente ma non meno grave, i silenzi decennali di  chi sapeva di chi aveva visto, vissuto, intuito, ascoltato e scelto di tacere per convenienza, per paura o per opportunismo.

Il silenzio a tempo

Perché il silenzio, quando dura anni, non è neutralità ma si trasforma in una forma di partecipazione passiva, esporsi solo quando il clima è cambiato, quando il rischio è minimo, quando il danno è già fatto o non può più essere fermato, non è sempre giustizia o valore, a volte è solo una resa dei conti tardiva, una vendetta postuma. E no, non cancella i silenzi precedenti li rende ancora più pesanti, lo vediamo in modo chiaro nel caso GF.

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Viviamo in un’epoca che predica inclusione ma si “eccita” nel punire, che parla di diritti ma usa l’intimità come arma, che dice di voler proteggere ma in realtà punta il dito su un solo colpevole . E quando il dibattito scivola dalla responsabilità alla derisione, dall’analisi alla caricatura, non stiamo facendo informazione, stiamo alimentando una cultura punitiva.

Ci diciamo civili, ma pretendiamo il “sangue”, evoluti, ma confondiamo responsabilità con umiliazione e poi ci posizioniamo dalla parte giusta della storia, ma pratichiamo la vendetta postuma invece della giustizia tempestiva, il parlare dopo, perchè si cade tra mille certezze e poco coraggio, senza chiedersi che posizione si sarebbe presa se le luci della ribalta avessero illuminato una carriera che appare sfumata.

Il vero scandalo non è solo una chat, in questo caso quella relativa al metodo GF ma é il modo in cui ci sentiamo assolti mentre giudichiamo, mentre accettiamo  o fingiamo di non vedere  un mercato umano protetto da silenzi e alimentato dalla gogna facile.

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