David 2026, lo scacco matto di Sossai a Sorrentino
La 71ª edizione dei Premi David di Donatello, presentata nello storico Teatro 18 di Cinecittà, non è la solita passerella per i “soliti noti”. Sebbene il red carpet di mercoledì 6 maggio (diretta su Rai 1 con Bianca Balti e Flavio Insinna) prometta il glamour di sempre, le nomination raccontano una storia di sorpassi audaci e nuove geografie emotive. La conferenza stampa al Teatro 18 ha sollevato il velo su un’edizione che, finalmente, smette di essere un’autocelebrazione per diventare confronto generazionale crudo, aperto e, a tratti, spiazzante.
La provincia che si fa Impero
Se per decenni il cinema italiano è rimasto prigioniero delle mura domestiche o dei salotti della Capitale, oggi assistiamo a un fenomeno che la cronaca ha ribattezzato “il sorpasso”, ma che io preferirei chiamare la vendetta del paesaggio.
Le sedici nomination ottenute da Francesco Sossai con Le città di pianura non sono un semplice incidente di percorso per i veterani, Superare Paolo Sorrentino, fermo a quattordici con La grazia, significa che l’Accademia ha smesso di guardare solo all’Olimpo dei nomi consolidati per cercare il battito in quelle marginalità che Sossai definisce “felici”. È un cinema che respira una libertà differente, che abita le nebbie e le distanze con una sicurezza che solitamente appartiene solo ai maestri.
La fine del divario: se i ragazzi e i maestri guardano lo stesso film
C’è un dettaglio in questa edizione che rompe gli schemi del passato ed è la strana, quasi magnetica sintonia tra la giuria dei “Grandi” e quella dei David Giovani. Di solito, tra chi i premi li assegna e chi il cinema lo consuma per età, c’è un abisso di incomprensioni, quest’anno invece no i gusti degli studenti delle superiori rincorrono quasi perfettamente quelli dei giurati storici dell’Accademia ed è un segnale potente che ci dice due cose: Il cinema d’autore ha smesso di essere punitivo. Ha ritrovato il coraggio di essere seducente e diretto, parlando al cuore prima che alla testa, le nuove generazioni non sono più spettatori passivi, hanno sviluppato un occhio raffinatissimo, capace di apprezzare il rigore quasi chirurgico di un maestro come Silvio Soldini con la stessa naturalezza con cui si lasciano travolgere dalla modernità di Damiano Michieletto.
Verso la notte del 6 maggio
Mentre ci prepariamo alla diretta su Rai 1 dal nuovo Teatro 23, l’attesa non è più per scoprire se vinceranno i soliti nomi, ma per capire quanto spazio il nuovo riuscirà a mangiarsi. Tra il David dello Spettatore già assegnato alla commedia di Gennaro Nunziante e la passerella al Quirinale davanti al Presidente Mattarella, resta una certezza il cinema italiano del 2026 è un asset strategico perché ha imparato a non avere più paura di se stesso.
Quindi non aspettiamoci solo una premiazione perchè sicuramente ci troveremo davanti ad un momento in cui capiremo se siamo pronti a lasciare che i volti nuovi di Tecla Insolia e Francesco Gheghi diventino i pilastri su cui costruire i prossimi settant’anni di storia. Il tempo dell’attesa è finito; quello della visione è appena cominciato.






