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USA: tutti i crimini della talpa di Wikileaks

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22 capi d’accusa pendono sull’ex-militare Bradley Manning. A Fort Meade, l’imputato rifiuta di dichiararsi colpevole o innocente. Rischia l’ergastolo

Roma – È stato formalmente accusato di aver collaborato con il nemico, attentato alla sicurezza nazionale con il rilascio delle informazioni riservate al sito delle soffiate Wikileaks. A Fort Meade è andato in scena il delicato processo all’ex-militare statunitense Bradley Manning, meglio conosciuto al mondo come la talpa del sito di Julian Assange.
Un totale di 22 capi d’accusa a pendere sulla testa di Manning, che ha ora rifiutato di dichiararsi colpevole piuttosto che innocente. Una strategia suggerita dal suo avvocato David Coombs, che sta cercando di prendere tempo in vista di una linea di difesa chiara e combattiva.
Lo stesso Manning ha inoltre rinunciato alla facoltà di scegliere tra una giuria militare e il verdetto di un singolo giudice. Per la connivenza con il nemico è prevista la pena capitale. Appare però più probabile che – se condannata – la talpa di Wikileaks possa passare il resto della sua vita in carcere.

Chi è Julian Assange, l’uomo che ha svelato la vera guerra in Afghanistan
Ha costruito la sua vita intorno ad una ricerca senza compromessi. Quella delle informazioni. Per questa missione ha sacrificato ogni cosa: a 39 Julian Assange si ritrova a vivere come un nomade per il mondo. Non ha una casa, la sua vita è tutta nelle due borse che porta sempre con sé: una per i vestiti, l’altra per il computer. Casa e ufficio, in una sola mano.

E’ l’uomo che, grazie alla pubblicazione dei file afghani su Wikileaks (QUI il nostro rapporto), è stato l’artefice della più grande fuga di notizie della storia militare americana. Ma per lui è solo l’ultima tappa di una vita di azioni contro gli interessi istituzionali. I pochi che lo conoscono lo dipingono come preciso e ossessivo, estremo e maniacale, ma capace di disquisire, con assoluta dimestichezza, di sicurezza informatica, diritto d’informazione e geopolitica.

Geniale, paranoide e visionario, i suoi occhi decisi puntano un solo obiettivo: trasformare le istituzioni mondiali in uno scaffale di cristallo, senza segreti. E l’intento dichiaratamente pacifista ancora una volta ha toccato la casta dei militari. Quella più potente.

Infanzia

Dicono che Julian, nato nel 1971 a Townsville, nel Queensland, in Australia, abbia ereditato quel vagabondo karma che si porta fieramente appresso dalla sua infanzia scapestrata. A questo proposito esistono tre versioni, tutte differenti (ma tutte probabilmente autentiche e quindi sovrapponibili simultaneamente) sulla sua movimentata infanzia.

La prima. I suoi genitori, due attori, si incontrarono a una manifestazione contro il Vietnam e presto mettono in piedi una compagnia teatrale che li porta in giro per il continente. I travelling show families in Australia sono circa 500, hanno scuole itineranti formate da circa 90 bambini e sono regolamentati dalla Showmens Guild of Australia fondata nel 1908. La seconda. Sua madre, pensando che un’educazione formale avrebbe potuto infondere nel figlio un rispetto malsano nei confronti dell’autorità, pensa bene di trasferirsi 37 volte prima che Julian compia i suoi 14 anni. La terza. Quando il padre abbandona le loro vite, madre e figlio passano il tempo a fuggire dalla follia del genitore del fratellastro che appartiene alla setta guidata da Anne Hamilton-Byrne.

Ad ogni modo, durante uno dei tanti spostamenti, il giovane Assange si ritrova a vivere di fronte a un negozio di elettronica nel quale inizia a fare pratica, a imparare a scrivere programmi e, presto, a penetrarvi dentro: “Ero affascinato dall’austerità del rapporto con il computer”, racconta al New Yorker.

Adolescenza

A 17 anni, dopo aver frequentato 30 scuole diverse, grazie alle sua acutezza, alle sue conoscenze informatiche e a una insolita mentalità da outsider, entra facilmente nel mondo dell’hacking. Julian diventa Mendax e mette in piedi gli “International Subversives”. Grazie ai software da lui sviluppati, il giovanissimo gruppo di hacker si infiltra nei meandri informatici di Nasa, Pentagono, Dipartimento della Difesa e altri siti apparentemente blindati.

Si accorgono di lui poco dopo. E’ l’ottobre del 1989 quando, alla vigilia del decollo della navicella Atlantis, i tecnici della Nasa vedono comparire sui computer la scritta Wank, acronimo inglese di Worms Against Nuclear Killers (Vermi Contro Killer Nucleari). Julian Assange ha appena 18 anni, vive l’ebbrezza di Matthew Broderick alias David J. Lightman in Wargames, ma è già padre (sposato poco prima con la sua fidanzata in una cerimonia non ufficiale). E quel biglietto da visita lo trasforma in braccato.

L’intelligence australiana riesce a scovarlo dopo essersi infiltrato nella rete di computer di una grossa società di telecomunicazioni canadese: ammette 25 capi di accusa, rischia dieci anni, ma se la cava egregiamente con la condanna a pagare una somma simbolica. Motivo: la sua attività non aveva provocato alcun danno. La sentenza si rivela una beffa per gli investigatori: alle accuse di Ken Day, l’agente che indagava su di lui, Julian aveva risposto “Se non faccio male a nessuno che male c’è?”. In pratica il giudice conferma la stessa frase, trasformandola in un motto da perseguire.

Il gesto comunque gli costa caro. La moglie non ci pensa due volte e lo lascia portando con sé il loro figlio. Lo stress per la battaglia legale che segue gli lascia per ricordo una chioma bianca. E’ il 1990.

L’università

Per salvarsi prova a mettere la testa a posto scegliendo lavori affini ma canonici. Si trasforma da hacker a difensore dei sistemi informatici (come Frank William Abagnale Jr che saltò il fosso che separa il falsario dal poliziotto), inizia a studiare fisica, si stabilizza a Melbourne, lavora come sviluppatore di software liberi, realizza Strobe, il primo port scanner open source e Rubberhose deniable encryption un nuovo concetto di crittografia per proteggere i dati sensibili. Si laurea brillantemente all’Università di Melbourne, stavolta lasciandosi dietro sei atenei diversi. Ma non va. La sconfortante conformità dei suoi colleghi accademici lo deprime. E ricomincia a vagabondare. Abbandona l’Australia e vive in Kenia, Tanzania, Vietnam, Svezia, Islanda , Siberia , Belgio e Stati Uniti.
Wikileaks

E’ il ritorno alle origini. Arriva nel 2007, quando Assange crea Wikileaks, un Wikipedia non censurabile, destinato alla pubblicazione di documenti segreti. Il termine “to leak”, (letteralmente, trapelare) significa rendere pubblica un’informazione senza autorizzazione ufficiale, nonostante gli sforzi per tenerla segreta. “I nostri bersagli principali – dichiara al momento del lancio di WikiLeaks – sono i regimi oppressivi come la Cina, la Russia, e dell’Asia Centrale. Ma ci aspettiamo di essere d’aiuto anche per chi in Occidente vorrebbe che fossero denunciati comportamenti illegali e immorali dei governi e delle grandi società”. L’interfaccia è simile a quella di Wikipedia, ed è usabile da qualunque tipo di persona. In breve riceve più di un milione di documenti, tutti provenenti da fonte anonime.

Grazie a Wikileaks mette in piazza email personali, file riservati, dossier segreti, documenti interni e rapporti confidenziali. Contenuti scomodi e pesantissimi che svelano verità tenute nascoste. In tre anni scoop e guai camminano direttamente proporzionali. Più sono grossi, più i pirati di Wikileaks rischiano. Uno dei primi documenti che mettono in vetrina è il regolamento di Guantanamo. Segue la denuncia per l’approssimazione degli studi sul riscaldamento globale. Poi, è la volta della Banca Julius Baer, l’istituto privato di Zurigo che li querela ottenendo la chiusura del sito.

Sembra la fine ma la sentenza scatena un effetto boomerang: vecchi e nuovi media (una coalizione di 18 grandi associazioni, insieme ai grandi giornali statunitensi) fanno fronte comune, sostenendo il ricorso in tribunale. E vincono. La sentenza viene completamente ribaltata, Wikileaks torna on line e la banca rinuncia all’azione legale.

La crociata non si ferma: tocca la multinazionale di trading petrolifero “Trafigura” (accusata di aver scaricato in Costa d’Avorio rifiuti tossici), Scientology e la massoneria. Arrivano le prove dei massacri in Kenya (grazie alle quali vincono il “Media Award” 2009 di Amnesty International). E infine, “Collateral Murder“, lo sconvolgente video in cui si vedono i piloti dell’elicottero Apache che dopo aver scambiato per dei lanciarazzi i lunghi teleobiettivi delle macchine fotografiche di Namir Noor Eldeen, reporter dell’agenzia Reuters a Bagdad, hanno aperto il fuoco uccidendolo insieme ad altre 10 persone. Dopo il clamore suscitato dal filmato, viene arrestato il soldato americano Bradley Manning con l’accusa di avervi fornito centinaia di files top secret a Wikileaks. Ora è detenuto in Kuwait dall’esercito Usa, in condizioni di totale impossibilità di comunicare con l’esterno.

Ad ogni modo Wikileaks non si identifica con Assange, così come Assange non si reputa il burattinaio della sua creatura:  ”Non mi chiamate fondatore, come tutti gli altri che lavorano per il sito sono un volontario non pagato”. L’unico del gruppo, insieme al giornalista Daniel Schmitt, di cui si conosca l’identità.

Lo scoop

L’attenzione dei media si concentra nuovamente sull’impenetrabile australiano quando consegna a tre quotidiani – Guardian, New York Times e Der Spiegel – la bellezza di  92.000 file riservati sulle operazioni militari statunitensi in Afghanistan (dal 2004 al 2009, a cui si aggiungeranno i 15.000 ancora non svelati per evitare di mettere a repentaglio vite di soldati in missione) per inchiodare le ragioni di una guerra che prende di mira i civili.

I file riservati danno un’immagine devastante della guerra e del suo stato di fallimento in Afghanistan: viene nascosto il vero numero delle vittime civili; l’intelligence pakistana “fa il doppio gioco” lavorando al fianco di Al Qaeda per progettare attacchi; i talebani usano i missili Stinger che la Cia fornì ai mujaheddin di Osama Bin Laden; le truppe Usa utilizzano droni automatici scadenti e rischiosi; la Cia ha finanziato l’intelligence afghana, “trattandola come una sua affiliata virtuale”, etc.

Documenti che stanno infiammando il dibattito sull’autenticità degli scopi della guerra americana in Medio Oriente e che stanno mettendo a dura prova la credibilità delle amministrazioni di Obama (e di Bush). “Ricordatevi che Wikileaks non è un fornitore oggettivo di notizie – ha scritto la Casa Bianca nell’immediato comunicato stampa – ma piuttosto un’organizzazione che si oppone alla politica americana in Afghanistan”. E nell’in’intervista al Der Spiegel, Assange stesso arriva a convalidare questa tesi affermando che lo scopo della diffusione dei dossier sull’Afghanistan, è richiamare l’attenzione sulla brutalità e lo squallore delle guerra (d’altronde la sua missione, come confidò a Rakki Khatchadourian, è portare alla luce le ingiustizie, non raccontare storie in modo imparziale): “Questo archivio cambierà l’opinione pubblica e il modo di vedere le cose delle persone che ricoprono ruoli politici e diplomatici influenti”. ”

A questo colpo lavorava da tempo. Prima però doveva costruirsi un rifugio inattaccabile. Che ha trovato nell’Islanda. Quando in primavera Luca Sofri, per Wired, lo ascolta su Skype Julian racconta della “proposta di legge firmata da 19 parlamentari perché l’Islanda attui una serie di misure protettive della libertà di stampa e di informazione e offra incentivi che le consentano di diventare un equivalente dei paradisi fiscali per il giornalismo investigativo”. E’ il crack economico che rende urgente la trasparenza.

Una trasparenza che ora Julien rende globale. Molti gli chiedono quale sia la rivelazione più scottante di questo dossier, ma il nocciolo della questione non sta qui. I parametri adesso sono altri, quelli della cronaca tradizionale sono saltati. La storia di questo materiale è la guerra stessa.

Negli stessi giorni in cui Julien viene al mondo si respira la stessa aria di questi giorni: inizia la pubblicazione dei Pentagon Papers sul New York Times: uno studio di dimensioni colossali sulle cause e modalità che hanno condotto gli Stati Uniti a trovarsi così coinvolti in Vietnam, voluto dal Segretario della Difesa McNamara e realizzato da un gruppo di 36 esperti, funzionari civili e militari, capitanati da Daniel Ellsberg, sulla base dei documenti governativi dall’amministrazione Truman in poi. Da essi si evince anche come l’amministrazione Johnson abbia deliberatamente ingannato l’opinione pubblica riguardo alla conduzione del conflitto. Quando nel 2007 Assange apre il suo sito lo stesso Ellsberg gli scrive: “Il concetto che proponi mi sembra geniale. Ti auguro davvero molta fortuna”. La stessa che aveva avuto lui nel 1971 con i Pentagon Papers nell’estate calda dei primi vagiti di Julian..

Quando si dice che l’ambiente condiziona la vita di un uomo…

Fonte SpyBlogNews e Thegoodmorning

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