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Rivoluzione Depaving a Genova, come la città cancella l’asfalto

Rivoluzione Depaving a Genova, come la città cancella l’asfalto

Alessandra Berta

Genova è una città stretta, verticale e, per lunghi decenni, ferocemente cementificata, qui l’asfalto non è solo una copertura stradale; è una barriera artificiale che per generazioni ha separato la pioggia dalla terra, trasformando ogni temporale violento in un potenziale disastro idrogeologico. Ma qualcosa sta cambiando alla radice. La Superba ha deciso di fare una scommessa radicale: smettere di asfaltare e iniziare a scrostare.

Si chiama depaving (depavimentazione), ed è il cuore di una nuova strategia urbanistica che punta a trasformare la città da trappola di cemento a infrastruttura ecosistemica. L’obiettivo? Far respirare il suolo, abbassare le temperature estive e, soprattutto, evitare che l’acqua piovana si trasformi in una furia distruttiva prima di riversarsi lì dove tutto finisce: nel mar Ligure.

Il mare inizia nei mercati e sotto i marciapiedi

C’è un dettaglio che spesso sfugge quando si parla di urbanistica nelle città costiere: il mare non comincia sulla spiaggia, ma sotto i nostri piedi, tra i tombini e le piazze dell’entroterra. Quando una città è completamente impermeabilizzata, l’acqua piovana non riesce a infiltrarsi nel terreno. Al contrario, corre a velocità folle sulle superfici lisce di asfalto e cemento, lavando le strade da idrocarburi, microplastiche, metalli pesanti derivati dall’usura dei freni delle auto e rifiuti urbani.

A Genova, questa micidiale miscela di inquinanti viene convogliata direttamente nei torrenti, come il Bisagno o il Polcevera  e da lì si riversa nel golfo, soffocando i fondali, danneggiando le praterie di posidonia e inquinando le acque balneabili.

Il depaving spezza questa catena distruttiva, trasformando i piazzali e i viali in aree ad alta permeabilità, il terreno torna a fare il suo lavoro millenario: agisce come un filtro biologico naturale. La terra trattiene e depura gli inquinanti, permettendo all’acqua di raggiungere il mare pulita, o di rimpinguare le falde acquifere sotterranee senza creare shock termici e chimici all’ecosistema marino. Salvare il mare della Liguria, oggi, significa prima di tutto spaccare il cemento delle sue strade.

La svolta economica, privati pagati per “spaccare” il grigio

La vera novità di questa strategia non sta nelle buone intenzioni, ma nel portafoglio. Genova è diventata la prima città in Italia a introdurre un sistema di incentivi concreti per i privati che decidono di rinunciare al grigio.

Se possiedi un piazzale aziendale, un parcheggio condominiale o un cortile privato e decidi di rimuovere l’asfalto per piantarci alberi o creare prati permeabili, il Comune ti premia con incentivi fiscali e volumetrici fino al 10%.

La logica è brutalmente pragmatica,  lo Stato e il Comune non possono arrivare ovunque, soprattutto in un tessuto urbano denso e stratificato come quello genovese. Per cambiare il microclima di una città e alleggerire la pressione sui canali di scolo serve l’aiuto dei privati, e il modo migliore per convincerli è rendere la transizione ecologica un buon affare economico.

Il nuovo codice urbanistico: stop al consumo di suolo

Mentre gli incentivi muovono i privati, le nuove regole del PUC (Piano Urbanistico Comunale) blindano il settore pubblico e i grandi costruttori. Il principio cardine introdotto è netto e non ammette deroghe: azzeramento del consumo di suolo. Non si scava più sulla terra vergine. Il verde cessa di essere una spesa di abbellimento e viene riconosciuto come infrastruttura fondamentale per la salute dei cittadini.

Inoltre, i nuovi regolamenti impongono uno standard rigido per qualsiasi nuovo insediamento edilizio:

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  • Quota 20%: Almeno un quinto della superficie totale del progetto deve essere rigorosamente destinato ad aree verdi e permeabili.

  • Stop al fai-da-te: Niente piante decorative messe a caso per superare i controlli burocratici. La progettazione del verde deve essere obbligatoriamente affidata e certificata da agronomi o tecnici specializzati, garantendo che le specie scelte siano quelle giuste per assorbire l’acqua, resistere alla salinità del vento di mare e ridurre la CO2.

[Vecchio Approccio Urbanistico] ──> Verde come "Arredo/Abbellimento" (Vasi e Aiuole)
[Nuovo Approccio Genovese]     ──> Verde come "Infrastruttura" 
(Filtro Idrico, Protezione del Mare e Presidio Climatico)

Combattere i “forni” urbani: il Piano del Verde

Chiunque abbia vissuto un’estate a Genova sa cosa significa l’effetto “isola di calore” nei quartieri più densi e storicamente industriali, come Sampierdarena o la Val Bisagno. Il cemento e il catrame immagazzinano calore durante il giorno e lo rilasciano di notte, rendendo l’aria densa e irrespirabile. Questo calore accumulato si riflette anche sull’atmosfera costiera, alterando i flussi delle brezze marine che un tempo rinfrescavano la costa.

Il nuovo Piano del Verde agisce come una mappa termica, sociale e idrogeologica della città. Lo strumento non serve solo a censire gli alberi esistenti, ma a pianificare la de-cementificazione in modo capillare, quartiere per quartiere. L’idea è quella di creare una rete diffusa di spazi pubblici permeabili e ombreggiati aperti a tutti, garantendo che il “diritto al fresco”, la sicurezza idrogeologica e la protezione del mare non siano un privilegio di pochi quartieri collinari, ma una realtà accessibile a ogni singolo cittadino.

La sfida del futuro

Quella di Genova è una scommessa contro il tempo, contro il cambiamento climatico e contro i vecchi schemi dell’edilizia novecentesca. Trasformare una città-scoglio in una città-spugna richiede investimenti, anni di lavoro e un cambio di mentalità radicale. Sostituire il grigio con il verde non è più una scelta estetica, un lusso o un vezzo ambientalista, in un territorio fragile sospeso tra le montagne e le onde, liberare la terra è l’unico modo rimasto per proteggere il mare e continuare ad abitare il futuro.

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