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Canzoni e consapevolezza, il dibattito a tre voci tra De Gregori, Elisa e Ruggeri, Ramazzotti e Iacchetti

Canzoni e consapevolezza, il dibattito a tre voci tra De Gregori, Elisa e Ruggeri, Ramazzotti e Iacchetti

Alessandra Berta

Il passo indietro del “Principe”

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui la musica d’autore italiana veniva considerata una sorta di bussola morale, civile e politica del Paese, un ‘epoca in cui i cantautori venivano quasi investiti del ruolo di profeti moderni, capaci di indicare la strada giusta da seguire attraverso i loro testi. Un tempo che, per Francesco De Gregori, appartiene decisamente al passato o, forse, non sarebbe mai dovuto esistere in questa forma così totalizzante. Il cantautore romano, da sempre schivo, geloso della propria indipendenza e profondamente refrattario alle etichette ideologiche, è tornato a riflettere sul ruolo dell’artista nella società moderna, firmando un netto e ragionato passo indietro rispetto alla militanza da palcoscenico. L’occasione è nata da una riflessione molto spontanea intercettata dai microfoni di Ala News, in cui l’autore di pagine memorabili della nostra musica si è interrogato su una tendenza che oggi appare sempre più diffusa e quasi scontata tra i suoi colleghi, quella di utilizzare i concerti live, i festival e i microfoni aperti per lanciare messaggi geopolitici, appelli umanitari o nette prese di posizione sui conflitti internazionali. Con la sua consueta ironia tagliente, De Gregori si è chiesto retoricamente perché gli artisti provino questo costante bisogno di dover sensibilizzare il loro pubblico, sollevando un dubbio tanto semplice quanto capace di scardinare decenni di retorica pop e di buone intenzioni esibite sotto i riflettori.

L’onestà di avere le idee confuse

Il fulcro di questo discorso non è affatto il disimpegno, l’indifferenza etica o il cinismo di fronte alle tragedie del mondo, bensì un profondo senso del limite e il totale rispetto per chi si trova in platea. De Gregori ha spiegato in modo molto trasparente di provare un reale senso di imbarazzo quando vede personaggi dello spettacolo esporsi in maniera drastica e senza sfumature su questioni internazionali di enorme complessità. Il rischio tangibile, secondo il cantautore, è quello di finire per banalizzare la realtà quotidiana attraverso slogan da concerto che cercano di riassumere drammi storici giganteschi in pochi secondi, una dinamica che meriterebbe ben altro approfondimento rispetto al tempo che separa una canzone dall’altra. In questo modo, viene difesa apertamente l’intelligenza degli spettatori, le persone che acquistano un biglietto sono già perfettamente consapevoli, informate e capaci di essere sensibili per conto loro, senza la necessità che qualcuno dal palco spieghi come interpretare un articolo di giornale o un telegiornale. Di fronte alla domanda incalzante del giornalista, che faceva notare come esprimere opinioni sia un diritto di tutti, dai chirurghi ai poeti, De Gregori ha tracciato una linea di demarcazione netta. Ha chiarito che il suo pensiero e la sua etica passano esclusivamente attraverso le canzoni che scrive e non attraverso i discorsi fatti a margine. Evocando lo spirito di Bob Dylan e la celebre idea poetica di contenere moltitudini e contraddizioni, ha infine rivendicato la profonda onestà di avere le idee confuse di fronte alla vastità del mondo, lasciando come unica, vera certezza l’essere umani contro il dolore, senza la pretesa di salire in cattedra a dare lezioni a nessuno.

La replica di Elisa e il dovere di parlare

Una riflessione così densa e controcorrente non poteva certo passare inosservata, e ha immediatamente innescato una reazione a catena all’interno del panorama musicale italiano, dimostrando quanto il tema dei confini tra arte e politica sia ancora oggi incredibilmente vivo e avvertito. La prima risposta di grande rilievo è arrivata da Elisa, che ha offerto una prospettiva diametralmente opposta, portando nel dibattito una sensibilità differente. La cantautrice friulana, che nel corso della sua intera carriera ha spesso legato la propria voce a importanti battaglie per la tutela dell’ambiente, la sostenibilità e i diritti civili, ha spiegato in modo molto diretto di non riuscire a rimanere in silenzio di fronte agli avvenimenti del presente. Per lei, l’utilizzo del palcoscenico e della propria visibilità per accendere un faro sulle grandi cause umanitarie non è un calcolo a tavolino, un manifesto politico in senso stretto o una strategia per posizionarsi sul mercato del consenso, ma risponde a un’esigenza interiore profonda, quasi a un dovere morale. Nella sua visione del mondo, chi ha la fortuna di avere una piattaforma così potente e un pubblico così vasto ha anche la responsabilità di non girarsi dall’altra parte, usando la propria musica come un megafono per amplificare le istanze e le sofferenze di chi spesso non ha la forza o la possibilità di farsi ascoltare da soli.

Il rischio del consenso secondo Ruggeri

A rendere il quadro generale ancora più articolato, ricco di sfumature e lontano dai soliti schieramenti in bianco e nero, si è aggiunta la voce di Enrico Ruggeri, che ha inserito nel dibattito un elemento cruciale: il prezzo reale della coerenza e il pericolo del conformismo. Pur non condannando l’impegno sociale in senso assoluto, Ruggeri ha voluto mettere in guardia contro la forte tentazione, tipica del mondo dello spettacolo moderno, di seguire acriticamente l’onda dell’opinione pubblica o del politicamente corretto. Secondo il cantautore milanese, prendere una posizione pubblica ha un valore autentico solo se comporta un rischio reale per la propria carriera e se si è disposti a pagare le conseguenze del proprio dissenso. Ha fatto notare come, troppo spesso, i proclami che arrivano dal palco ricevano applausi scroscianti e l’approvazione dei media semplicemente perché dicono esattamente ciò che la platea vuole sentirsi dire in quel preciso momento, confermando certezze già consolidate. Il vero spessore dell’impegno, ha suggerito, si misura sulla lunga distanza, affrontando anche temi scomodi e impopolari quando i riflettori sono spenti, piuttosto che affidarsi al grande effetto di un discorso rassicurante pronunciato a favore di telecamera per raccogliere un consenso immediato.

Un racconto a più voci sulla musica di oggi

Questo affascinante confronto, nato in maniera quasi casuale dalle parole di De Gregori, non delinea una classifica con vincitori o vinti, ma fotografa in modo molto limpido le diverse anime e le differenti filosofie che coesistono all’interno della cultura contemporanea. Il racconto corale di questo dibattito mostra una musica italiana che, fortunatamente, non smette di interrogarsi sul proprio significato e sulla propria funzione pubblica. Da un lato c’è la scelta rigorosa di De Gregori, che preferisce affidare la complessità del reale unicamente alla magia e alla metafora dell’opera d’arte, rifugiandosi nel valore del dubbio e nel totale rispetto dell’autonomia intellettuale del proprio pubblico. Dall’altro c’è l’urgenza emotiva e civile di Elisa, che vede nella parola esplicita un’estensione naturale del proprio percorso umano e del proprio legame con il mondo. Nel mezzo, la riflessione attenta di Ruggeri ricorda le insidie di una comunicazione spesso troppo spettacolarizzata e bisognosa di slogan. Si tratta di tre modi completamente diversi di intendere lo spazio del palcoscenico e il rapporto con chi ascolta, tre strade distinte che continuano a far discutere gli appassionati e a tenere straordinariamente vivo il ruolo culturale della canzone nel nostro Paese.

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Enzo Iacchetti ed Eros Ramazzotti

La discussione innescata dalle dichiarazioni del cantautore romano non ha tardato a varcare alche altre reazioni immediate e dai toni decisamente accesi,  Tra le risposte più intense si registra quella di Enzo Iacchetti, che ha espresso senza mezzi termini una profonda delusione nei confronti della linea di pensiero scelta da De Gregori. Per l’attore e conduttore televisivo, liquidare la necessità dell’impegno pubblico da parte di chi calca le scene significa sminuire la responsabilità civile stessa dell’artista. Nella visione di Iacchetti, chi fa spettacolo ha il dovere di essere un cittadino attento alle sorti del mondo e alle dinamiche del futuro, proprio in virtù del legame con le generazioni a venire, motivo per cui ha definito una grande sciocchezza l’idea di doversi fare da parte o di rimanere in silenzio.

A questa critica si è unita, pur con sfumature diverse, anche la voce di Eros Ramazzotti. Il cantante romano, icona della musica pop globale, ha voluto far sentire la propria distanza dalle affermazioni del collega, dichiarando esplicitamente di non essere d’accordo con la tesi espressa da quello che ha definito, non senza una punta di ironia, il maestro dal volto umano. Con questo intervento, Ramazzotti ha ribadito l’idea che anche la musica più popolare e di grande consumo possa e debba conservare il diritto di esprimersi e di prendere posizione, rifiutando l’invito a un silenzio giudicato troppo distaccato o intellettualistico di fronte agli eventi della realtà.

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