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Corona e l’effetto Idra, perché il silenzio questa volta non funziona

Corona e l’effetto Idra, perché il silenzio questa volta non funziona

Alessandra Berta
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L’estromissione di Fabrizio Corona dai principali spazi digitali non è che l’ultimo atto di una sequenza di frizioni legali e contestazioni sui contenuti, culminata nella chiusura forzata di canali e profili legati ai suoi ultimi progetti editoriali. Sebbene il racconto ufficiale parli di semplici violazioni contrattuali e tutele della reputazione, limitarsi a questo significa guardare il dito e non la luna, perché la vera notizia non è l’oscuramento in sé, ma il modo in cui il silenzio viene oggi utilizzato come strumento di gestione del conflitto.

Spesso si crede che una voce possa sparire senza fare rumore, ma l’insidia è che un silenzio imposto così drasticamente agisce come una lama sottile, invece di recidere il problema, crea una frattura rumorosissima e spesso la amplifica. 

La lama sottile del silenzio

Non siamo di fronte a un silenzio gridato o imposto con la violenza delle vecchie censure, ma a qualcosa di molto più insidioso, una lama sottile che recide i legami comunicativi attraverso la fredda burocrazia delle policy e degli automatismi. È un silenzio ordinato e “quasi accettabile”, che non ha bisogno di dichiararsi apertamente ma agisce sottraendo spazio e continuità, rendendo normale l’idea che la parola possa essere revocata da un algoritmo senza che nessuno debba più risponderne nel merito.

Il paradosso del paladino

In questo vuoto si innesca però un meccanismo imprevedibile, perché il silenzio imposto in modo così drastico finisce per agire come un potente reagente chimico. Invece di spegnere la fiamma, la sottrazione forzata trasforma chi è stato zittito in una sorta di “fantasma onnipresente”, una figura che nel suo essere esclusa inizia quasi a vestire i panni del paladino di una giustizia negata. Il tentativo di cancellazione si rivela così un’arma a doppio taglio, più cerchi di soffocare una voce nel nulla, più quel nulla si riempie di un’eco distorta che trasforma un caso mediatico in un simbolo di resistenza, regalando al rimosso un’aura di martirio che il confronto aperto non gli avrebbe mai concesso.

Se il vuoto diventa rumore

L’effetto di questa dinamica è potente, poiché quando una presenza costante viene rimossa non nasce il vuoto, ma una voragine che viene subito colmata dal rumore bianco delle fazioni opposte e delle sentenze sommarie. Ciò che scompare davvero non è il personaggio, ma la capacità di porre domande profonde sulla natura dei nostri spazi pubblici, che pensavamo essere territori di libertà infinita e che scopriamo invece governati da confini rigidi, non negoziabili e applicati senza appello.

Difendere la propria immagine, sia chiaro, è un diritto legittimo, ma quando la protezione assume la forma della sparizione totale, il rischio è che il metodo si sostituisca al modo e il silenzio prenda il posto della legge. Una società matura non dovrebbe essere quella che zittisce per mettersi al sicuro, ma quella capace di riconoscere il limite senza dover necessariamente cancellare chi lo attraversa. Perché quando la cancellazione diventa la risposta più immediata, non stiamo scegliendo ciò che è più giusto, ma solo la scorciatoia che, nell’immediato, sembra fare meno rumore.

L’illusione di poter spegnere tutto e l’Effetto Idra

C’è un dettaglio che rende questo tentativo di silenzio quasi inutile, l’idea che basti premere un tasto per cancellare tutto. Se chiudi un profilo su Instagram o Facebook, il contenuto non muore, ma si sposta altrove. È quello che viene chiamato Effetto Idra, come il mostro dei miti a cui crescevano due teste per ogni testa tagliata, così accade online. Appena chiudi un canale, lo stesso video ricompare su altri cento profili, finisce su Telegram e viene salvato da migliaia di persone che lo fanno girare. Il web non è un interruttore che si può spegnere, ma un mondo che reagisce alla pressione spostando il video da un’altra parte. Cercare di fermare un filmato virale con un clic è come provare a fermare l’acqua con le mani, non solo non ci riesci, ma ottieni l’effetto contrario. Rendendo quel contenuto “proibito“, lo trasformi in qualcosa di ancora più prezioso e cercato da tutti, cosi come è accaduto oggi con Fabrizio Corona.

 

Il legale di Fabrizio Corona: «Censura antidemocratica»

In questo scenario si inserisce la testimonianza di Ivano Chiesa, storico legale di Corona, che definisce l’accaduto come una censura antidemocratica. Ma il punto centrale delle sue parole non è solo tecnico, riguarda il rapporto con la realtà: «La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte e ci dicono di andare avanti».

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Questa vicinanza fisica, fatta di persone che si fermano per dare sostegno, evidenzia il rischio più grande per chi sceglie la via dell’oscuramento. Mentre nel mondo digitale si cerca di far sparire un’identità con un clic, nel mondo reale quella stessa sparizione produce l’effetto opposto, trasformando il rimosso in un simbolo. Se l’obiettivo era il silenzio, il risultato è stato quello di portare il conflitto dai social alle piazze, rendendo la voce di Fabrizio Corona ancora più forte proprio perché percepita come vittima di un sistema. Saranno dunque le persone a valutare se questa sia una vittoria delle regole o una sconfitta della democrazia, ma una cosa è certa, quando la gente si schiera con chi viene zittito, significa che il silenzio digitale non ha cancellato il problema, lo ha solo reso più profondo.

 

E voi cosa ne pensate? Credete che l’oscuramento sia una tutela necessaria o una scorciatoia?

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