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Scontri fra israeliani e palestinesi. Israele in lotta con l’Onu sugli insediamenti

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Un soldato di Tel Aviv ha riportato ferite da accoltellamento durante un pattugliamento, ma non è in pericolo di vita. In risposta, i militari hanno aperto il fuoco ferendo tre arabi, due in modo grave. È il secondo episodio in un mese. Israele interrompe le relazioni con il Consiglio Onu per i diritti umani che vuole indagare sugli insediamenti.
Scontri nella notte fra soldati israeliani e palestinesi in Cisgiordania: un militare dell’esercito israeliano, appartenente all’unità speciale di Duvdevan, è stato accoltellato durante un pattugliamento nella zona a est di Ramallah, capitale della West Bank. Egli è ricoverato al Jerusalem’s Hadassah University Hospital, con ferite alla schiena e al volto; secondo i medici ha subito “ferite lievi” ed è in “condizioni stabili”. In risposta, le forze di sicurezza israeliane hanno aperto il fuoco ferendo tre palestinesi; i soldati li hanno quindi prelevati e portati in strutture mediche israeliane per cure e successivi accertamenti.
Dalle prime informazioni emerge che le condizioni di due palestinesi feriti appaiono “critiche”: uno di loro ha subito un proiettile al collo, mentre l’altro in pieno stomaco. Anch’essi sono ricoverati all’Hadassah Hospital; il terzo ferito è stato trasportato al Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme.
Le forze di sicurezza israeliane (Idf) hanno avviato un’indagine interna per risalire alle cause che hanno portato alle violenze. L’assalto e il conseguente accoltellamento sono il secondo episodio di questo tipo – nel mese di marzo – contro un’unità dell’esercito durante pattugliamenti in Cisgiordania. Circa due settimane fa un soldato della Brigata Kfir è stato raggiunto da fendenti al collo.
Intanto Israele ha interrotto le relazioni con il Consiglio Onu per i diritti umani, dopo la decisione dell’organismo delle Nazioni Unite di avviare una indagine a carico di Tel Aviv per gli insediamenti in Cisgiordania. Dal ministero degli Esteri è partito l’ordine diretto a Ginevra, sede della rappresentanza Onu, perché i suoi delegati non cooperino lo Unhrc e l’alto funzionario Navi Pillay. Il governo israeliano ha bollato come “surreale” la decisione di aprire un’inchiesta su eventuali violazioni e ha negato l’accesso al team di esperti delle Nazioni Unite.
Il problema degli insediamenti illegali israeliani in territorio palestinese, a Gerusalemme est come in Cisgiordania, è il principale ostacolo alla ripresa dei colloqui di pace. L’Autorità palestinese chiede il congelamento di nuove colonie o almeno una moratoria, ma il governo di Tel Aviv non intende sospendere le costruzioni nella West Bank. Dal 2010 si registra uno stallo nei colloqui di pace, che dovrebbero portare alla nascita di “due Stati” per i due popoli. Agli espropri dei coloni si aggiungono poi le demolizioni di proprietà palestinesi da parte delle autorità israeliane.

Con questi metodi, dal 1967 ad oggi sono state abbattute 2mila case di palestinesi a Gerusalemme est; 400 solo nel 2008. Ad oggi vi sono almeno 500mila ebrei che vivono in oltre 100 insediamenti, considerati illegali secondo le leggi internazionali.

La scorsa settimana un voto del Consiglio Onu per i diritti umani – approvato con 36 voti favorevoli, uno contrario e 10 astenuti – ha deciso l’invio di una missione di inchiesta indipendente e internazionale per verificare il problema. Tuttavia, ieri Israele attraverso il suo rappresentante ha deciso per l’interruzione immediata dei rapporti con l’organismo delle Nazioni Unite.

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