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Russia e Cina tra crescita economica, alleanze e ambizioni strategiche

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Da un incontro con un ex dirigente di spicco del KGB (servizi segreti dell’Ex Unione Sovietica) ho avuto modo di discutere di Russia e PutinCinadel suo presidente. Il mio interlocutore mi ha confermato che Putin è un acceso nazionalista, ed è sostenuto all’interno da tutti quelli che vogliono che la Federazione Russa ritorni ad essere a tutti gli effetti una grande nazione; all’esterno dai paesi dell’Asia Centrale che ritornano ad allearsi con Mosca poiché stufi della politica della Nato. L’ex dirigente prosegue: “l’Europa sarà sempre più emarginata e impoverita dalla sua crisi economica mentre Russia e Cina crescono senza sosta. La Russia ha onestamente cercato, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, un rapporto serio con l’Europa credendo anche che si sarebbe sciolta la Nato, come è stato fatto per il Patto di Varsavia. Invece è successo il contrario: il Patto Atlantico si è esteso ad est, e siamo rimasti noi e i cinesi nemici dell’occidente. Scudi missilistici in Polonia e in Turchia, questa è stata la risposta alla nostra buona volontà. Oggi siamo tornati ad essere ricchi e forti perché dobbiamo contrastare questa arroganza”, conclude il dirigente. Nuovi scenari, cooperazione tra stati, alleanze e militarizzazione di certe aree del mondo confermano la teoria del nostro amico. L’Asia si sta riconfigurando e, in questo processo, due delle principali potenze – Russia e Cina – vivono un momento di forte convergenza. Tuttavia in una prospettiva di più lungo periodo, questa luna di miele potrebbe anche essere destinata a trasformarsi in qualcosa di diverso. Il 14 Marzo scorso Xi Jinping é stato eletto presidente della Repubblica popolare cinese e presidente dell’esercito di liberazione, vale a dire il leader della Cina per il prossimo decennio. Il nuovo leader non è come molti esponenti della nuova classe dirigente cinese, Xi Jinping vuole tradurre la crescita economica in un ruolo politico fondamentale, mettendo fine alle interferenze e alle pretese dei paesi occidentali. Il presidente cinese, considerato un nazionalista, chiudendo il 17 marzo i lavori dell’Assemblea Nazionale del Popolo, si è impegnato a realizzare una grande rinascita cinese. In un passaggio del suo discorso per la chiusura dei lavori ha sottolineato l’importanza dello sviluppo delle forze armate che, ha detto, devono essere pronte a combattere vittoriosamente. Xi, a conferma di quanto detto, vola da Putin dal 22 a 24 marzo per colloqui di cooperazione. Si tratta della prima visita del leader cinese all’estero, che precede di due giorni l’arrivo a Durban, in Sudafrica, dove prenderà parte assieme allo stesso presidente russo Putin al summit annuale dei BRICS (acronimo che sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Il Cremlino, annunciando la data dell’arrivo di Xi, ha spiegato che i colloqui saranno incentrati “sugli aspetti chiave della cooperazione bilaterale, inclusa l’interazione economica, commerciale, energetica e a livello di investimenti, oltre alla cooperazione tecnologica e industriale e all’interazione nei campi dell’azione umanitaria e delle attività interregionali”. Inoltre Putin e Xi discuteranno “dei più urgenti problemi internazionali e regionali, Medio Oriente, Nord Africa, compresa la crisi siriana, così come la situazione che concerne l’Afghanistan, la penisola coreana e l’Asia nordorientale nel suo complesso”. Queste dichiarazioni creeranno nuovi grattacapi agli Stati Uniti che non hanno solamente il problema del nucleare iraniano ma devono gestire una presenza militare massiccia nel Oceano Indiano, nel Pacifico e nel Mediterraneo. Questo si traduce anche in un ruolo di contrappeso russo e cinese nella politica mediorientale e rende il regime siriano più forte e l’Iran intoccabile. Anche sul fronte commerciale gli affari tra i due giganti vanno bene. Alla fine dello scorso anno l’interscambio commerciale ha superato gli 80 miliardi di dollari. L’obiettivo fissato da Putin e l’ex presidente cinese Hu Jintao è di arrivare a 100 miliardi di dollari e sembra ormai a portata di mano. Il vicepremier russo Arkady Dvorkovich, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Interfax, ha riferito che Mosca e Pechino stanno discutendo “uno schema di credito relativo al petrolio e al gas”. E non ha escluso che possa esserci la firma di accordi durante la visita del weekend. Per quanto riguarda le forniture di petrolio, la discussione è sulla possibilità di un incremento attraverso la diramazione cinese dell’oleodotto Siberia orientale-Oceano Pacifico (ESPO), che parte da Skovorodino e s’innesta nel sistema di oleodotti della Repubblica popolare a Daqing e altri tracciati. Attualmente la Russia fornisce 15 milioni di tonnellate di greggio all’anno. Il contratto ventennale è stato firmato nel 2009 tra le russe Rosneft, Transneft e la cinese CNPC. Nel 2011 sono partite le forniture. L’altro percorso che si sta prendendo in considerazione, secondo Dvorkovich, è quello che passa per il Kazakistan. Quando nel 2009 fu firmato il contratto, Pechino anticipò un prestito da 15 miliardi di dollari per Rosneft e da 10 miliardi di dollari per Transneft da ripagare con le forniture stesse. Da allora 4russia-000Pechino ha più volte posto la questione di un possibile aumento delle forniture di greggio. In una recente visita a Pechino, il presidente di Rosneft Igor Sechin ha raggiunto un accordo per un aumento sostanziale delle forniture. Mentre la Cina vorrebbe un prezzo agevolato per le forniture, Mosca intende applicare la stessa formula che viene usata per i clienti europei. A fine febbraio il numero due del monopolista russo Gazprom s’è recato in Cina per incontrare il numero due della compagnia cinese CNPC. I due hanno deciso di “intensificare i negoziati”. La Cina mira anche a diventare una super potenza militare. Pechino compra sempre meno armi e sempre di più, invece, ne vende. Nel 2012 è balzata al quinto posto come esportatrice di armamenti al mondo, strappando il posto alla Gran Bretagna. Un primato che non farà piacere a certuni in occidente oltre che in Asia, giacché le armi cinesi finiscono principalmente in Pakistan, storica alleata del Drago. Il 55%, per l’esattezza: l’India, comune rivale, non sarà di certo rallegrata. La Cina non svela le cifre relative alle esportazioni delle sue armi, ma ad elaborare questi dati, oltre a quelli degli altri paesi, ci pensa dal 1950 l’attendibile think tank svedese Sipri nel suo rapporto annuale “Trends in International Arms Transfer”. “Gli acquisti delle armi cinesi da parte del Pakistan hanno trainato la crescita delle esportazioni cinesi”, ha rivelato il direttore del Sipri Paul Holtom: “una serie di contratti siglati di recente indicano come la Cina si stia affermando come un significativo fornitore di armi per un numero crescente di stati”. Stati di una certa rilevanza geostrategica. Armi di una certa qualità: non si tratta di armi leggere ma sofisticati sistemi d’arma, come il cacciabombardiere JF-17. “Il Pakistan é probabilmente destinato a restare la principale destinazione delle armi cinesi alla luce dell’aumento pianificato degli ordini di aerei militari, sottomarini e fregate”, sostengono i ricercatori svedesi. Le esportazioni della Cina sono cresciute del 162% dal 2008 al 2012 rispetto al quinquennio precedente. Islamabad non e’ l’unico partner a importare armi made in Cina: anche la Birmania, il Bangladesh e il Venezuela, si rivolgono all’ex Impero di mezzo.

di Talal Khrais

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