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MACAO, NEL BENE E NEL MALE

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Alla fine del 2007, Macao superò per la prima volta Las Vegas nei ricavi dal gioco d’azzardo, totalizzando oltre 10 miliardi di dollari. Da allora la crescita è stata inarrestabile: 13,5 miliardi nel 2008, 15 nel 2009 e oltre 22 nel 2010. Per il futuro, si prevede un’ulteriore progressione, fino 45 miliardi ipotizzati per il 2015. Una crescita del cento per cento in soli quattro anni.

E’ il simbolo di come il baricentro dell’economia globale si sia spostato da Occidente a Oriente: dagli Usa alla Cina.

Continuando con il parallelismo, anche Macao – come la Cina tutta – ha basato le proprie fortune proprio sugli investimenti di quell’Occidente che ora si sente defraudato. Giganti di Vegas come Sands Corporation e Wynn Resorts hanno infatti creato repliche degli hotel-casinò-luna park proprio nell’ex colonia portoghese, cercando di cavalcarne il boom. Ed ecco quindi la corsa al mattone – ennesima analogia con l’economia della Cina continentale – per progetti faraonici che coinvolgono il tychoon locale Stanley Ho e il suo Lisboa, che si è clonato nel Grand Lisboa l’anno scorso.

Oggi, la regione amministrativa speciale (“un Paese, due sistemi” come per Hong Kong) ha 33 casinò, con 4.811 tavoli da gioco e 14.500 slot machine, per 25mila camere d’albergo pronte ad aumentare in maniera esponenziale. Così il tasso di disoccupazione è inferiore al tre per cento, gli abitanti – oggi 550mila – sono aumentati di un quarto dalla fine del dominio portoghese (1999) e i salari sono raddoppiati nello stesso periodo fino a 9mila patacas (circa 870 euro).

Tutto bene? Per il momento sì ma anche a Macao, come nella Repubblica Popolare, si pone un problema di sostenibilità. Il Dragone ha rischiato per molti anni di relegarsi al ruolo esclusivo di “fabbrica del mondo”, cioè di monocoltura nella divisione globale del lavoro. L’ha svolto egregiamente, ma si tratta di un ruolo rischioso. Idem per Macao con il gioco d’azzardo.

Essere monocoltura espone in primo luogo a oscillazioni e terremoti della congiuntura economica internazionale; in secondo, crea un numero limitato di posti di lavoro; in terzo, stressa l’ecosistema.

Nel caso specifico, il boom del gambling ha praticamente azzerato il settore manifatturiero della regione amministrativa speciale e incentivato la speculazione edilizia (con annesse ricadute ambientali); se un concorrente agguerrito dovesse comparire all’improvviso con tanto di investimenti, hotel e tavoli da gioco – Singapore sta già muovendo in quella direzione – i rischi sarebbero troppi.

Così Macao cerca di diversificare l’offerta e diventare polo turistico al di là delle slot machine: vuole trattenere i turisti nel suo territorio e attirarne di nuovi con spiagge artificiali e altre forme di intrattenimento, proprio come i famosi spettacoli colossal degli hotel-casinò di Vegas. Ma la permanenza media dei visitatori resta desolatamente inchiodata a un giorno e mezzo, come dire: “un tavolo di poker e via!”. L’ex colonia portoghese non figura nella top ten delle mete turistiche asiatiche.

Si chiama allora in causa il governo locale, che dovrebbe reinvestire parte del surplus generato dalle tasse sul gioco d’azzardo – 42,5 miliardi di patacas (oltre 4 miliardi di euro) nel 2010 – nella diversificazione. Ma il suo tasso di efficienza, cioè la capacità di realizzare i progetti che si propone, è inferiore al 30 per cento. Proprio come nel caso di molti governi locali nella Cina continentale.

Là però – fine delle analogie – interviene Pechino: punisce i corrotti, gestisce molti progetti locali a livello centrale nel nome dell’interesse generale e, talvolta, mette una pezza finanziaria ai disastrati bilanci delle municipalità. Qui, nella regione amministrativa speciale che gode di ampia autonomia, è tutto più difficile.

Come a dire: federalismo non è sempre sinonimo di efficienza. FONTE PEACEREPORTER

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