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La terra promessa degli ebrei ai confini della Madre Russia

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BIROBIDJAN (SIBERIA) – Nell’ Unione Sovietica esisteva, in Siberia orientale, un «territorio autonomo ebraico»
Si chiama Birobidzhan, fu costituito come «Unità nazionale ebraica» fra il 1927 e il 1928, divenne «Regione autonoma» all’ inizio degli anni Trenta e sarebbe diventato «Repubblica autonoma» non appena gli ebrei fossero stati almeno centomila. Ma l’ obiettivo non fu mai raggiunto. Gli immigrati furono 14 mila nel 1932, 3.005 nel 1933, 5.267 nel 1934 e 8.344 nel 1935, di cui 820 non erano ebrei. Molti partirono negli anni seguenti e dopo la guerra. Complessivamente gli ebrei del Birobidzhan non furono mai più del 10% della popolazione totale (oggi circa 70 mila)
Si parte in auto da Khabarovsk, sul fiume Amur, là dove la Cina è vicina, la si annusa nell’ aria, se ne scorgono le rive: tre ore di viaggio lungo una strada semi deserta e ecco l’ ingresso alla città capitale del Birobidjan, annunciata da una grande scritta non in cirillico ma in ebraico. Siamo nella Regione autonoma ebraica, lontana da Mosca ottomila chilometri, sette fusi orari di differenza, catapultati in un altro tempo, in un altro luogo, improbabile ma reale. Qui l’ utopia di un focolare ebraico si è concretizzata negli anni Trenta tra paludi, zanzare, sciami di moscerini, d’ inverno meno trenta, quaranta gradi. Poi si è rivelata un grande inganno ma, adesso, il mito risorge, almeno così dicono, così sperano i discendenti dei primi coloni ebrei che accorsero in questa terra alla fine del mondo, come se questa potesse essere la Terra Promessa.
Gli ebrei dell’ Impero zarista erano circa sei milioni e avevano vissuto come minoranze all’ interno di territori popolati in maggioranza da russi, ucraini, bielorussi, polacchi, lettoni e romeni. Erano numerosi, ma non avevano una «patria», nel senso nazionale della parola. Fu deciso di offrire loro un territorio in cui avrebbero potuto insediarsi e coltivare i caratteri della loro originalità. Mentre una parte dell’ ebraismo sovietico guardava alla Crimea, il regime preferì una lontana regione che si estende per migliaia di chilometri lungo le rive del fiume Amur, ai confini con la Cina. La scelta presentava per il regime un vantaggio strategico: avrebbe permesso la colonizzazione di un territorio pressoché disabitato e creato un utile antemurale contro le ambizioni giapponesi nell’ Estremo oriente cinese e siberiano. Se questa forma sovietica di sionismo avesse avuto successo, Stalin avrebbe messo gli ebrei dell’ Urss di fronte a una scelta: il Birobidzhan o l’ assimilazione
Promessa da Lenin e da Stalin agli ebrei di Russia, cinque milioni nel 1917, che dovevano avere una loro patria – sosteneva Lenin – per ristabilire l’ eguaglianza e fare di questa gente che nella Russia zarista non aveva il diritto di coltivare i campi, dei proletari, dei contadini. Uomini nuovi anche loro, come tutti gli altri. Non era una presa in giro, agli inizi del Novecento erano state proposte varie altre località per fondare focolari ebraici, come l’ Uganda, l’ Argentina. Parole, promesse vaghe, mentre invece i bolscevichi passarono ai fatti. Non con le deportazioni, l’ esodo nel Birobidjan fu volontario, entusiasta, anche Albert Einstein vi credette, negli Stati Uniti si raccolsero centinaia di migliaia di dollari per sostenere l’ insediamento siberiano e, certo, comunista, dei nuovi ebrei bolscevichi illusi dal mito bucolico, rendere fertili lande acquitrinose, disboscare foreste dove ancora si aggiravano le grandi tigri dell’ Amur. Ora ne rimane una impagliata e pur sempre maestosa, nel piccolo Museo regionale, in via Lenin, nel centro cittadino: ma attenzione, la targa che indica via Lenin, è scritta in cirillico e in ebraico. Mi racconta Boris Rak, discendente di uno dei primi coloni che si stabilirono qui nel 1928, che all’ inizio degli anni Trenta giunsero ebrei anche dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Brasile, un migliaio di persone che dopo neanche un anno fecero i bagagli e se ne tornarono a casa. «Loro avevano un posto dove poter far ritorno, mio nonno no, era testardo e comunista, per lui il comunismo era una liberazione, Stalin gli aveva regalato una patria». E, infatti, nel 1934 il Birobidjan viene proclamato Regione autonoma ebraica, e così gli ebrei ebbero una loro patria quattordici anni prima della fondazione dello Stato di Israele, evento salutato dalla stampa internazionale come «il più importante nella storia del popolo ebraico». Ma poi cominciarono i guai, le purghe antisemite del 1937, la guerra, la fame, gli stenti, altre purghe nel dopoguerra, e dal Birobidjan ci fu un controesodo, verso altre località della grande Russia e, dopo l’ avvento della perestroika, verso Israele. Così pochi ebrei sono rimasti nella loro patria siberiana, bella in queste giornate di fine estate illuminate da un sole pallido che filtra attraverso le foglie degli alberi che costeggiano l’ ampio viale del centro cittadino fino alla stazione ferroviaria appena rinnovata, una delle fermate della Transiberiana ignorata dai treni a lunga percorrenza. Osservando i passanti cerchi di indovinare chi è ebreo e chi non lo è. Di certo non lo sono le centinaia di cinesi che vendono le loro mercanzie in grandi capannoni. Ma non si sa mai, potrebbero essere “yodai”, cosi si chiamano gli ebrei cinesi. Nella vicina Harbin, in terra cinese, c’ è una antica comunità ebraica e il primo di agosto è arrivata qui a Birobidjan una delegazione dell’ Accademia delle scienze dello Heilongjiang che ha donato dodicimila dollari all’ associazione Freud, da parte della comunità ebraica di Harbin, dei cinesi, insomma. Soldi che devono servire per dotare di computer la scuola n.2 di Birobidjan, dove bambini russi e bambini ebrei studiano yiddish, la lingua degli ebrei dell’ Europa dell’ est, e da poco anche l’ ebraico, l’ antica lingua delle scritture rinata in Israele. Me lo racconta il presidente di Freud, Lev Toytman, che ogni anno, a settembre, organizza un Festival internazionale della cultura ebraica. Festival che quest’ anno sarà più ricco del solito perché Birobidjan celebra i suoi settanta anni. «Tutto sommato, non ci è andata male. Abbiamo cercato di resistere, di sopravvivere anche se molti dei nostri sono finiti nei Gulag. Abbiamo continuato a parlare in yiddish, a scrivere i nostri giornali in yiddish, a sentirci a casa qui. Ora stiamo raccogliendo fondi per completare la costruzione della sinagoga che è già a buon punto, manca la copertura del tetto. Pensi che il presidente Putin ci ha fatto avere centodiecimila dollari e a noi piacerebbe molto se venisse all’ inaugurazione». Azzardo una battuta: «Magari assieme a Sharon». Lev Toytman, seriamente, dichiara che non lo esclude. Comunque, nel Birobidjan c’ è qualcuno che riesce a immaginarsi Sharon in Siberia~ Vado a trovare Boris Kaufman, una eminente personalità della comunità, almeno così mi dicono. Ha 53 anni ma sembra un vecchio, sarà per la lunga barba bianca, il corpo appesantito: una stanza al pianterreno della sua casa semicadente funge da sinagoga, per il momento. E lui funge da rabbino, o forse lo è, anche se ora a Birobidjan ce ne è un altro, un giovane ortodosso che viene da Israele. Kaufman mi invita a coprirmi il capo, mi mostra i sacri libri della Torah, mi racconta che i suoi genitori sono emigrati in Israele ma che lui non ha nessuna intenzione di raggiungerli. Sta bene qui. Gli domando quanti sono oggi gli ebrei residenti in questo primo focolare. «Saremo al massimo diecimila su 160 mila abitanti ma il fatto nuovo è che molti stanno tornando da Israele. L’ anno scorso sono tornate 150 famiglie. Anche il nuovo rabbino è appena arrivato», mi dice con un sospiro e non si riesce a capire se sia o meno contento. «Ha portato qui la moglie e cinque figli, forse aveva paura di tenerli laggiù con l’ intifada, i kamikaze~». Incontro il nuovo rabbino Mordechai Scheiner e che lui sia ebreo non c’ è dubbio, ha la barba folta nerissima, le lunghe basette, la giacca a falde, il cappello in testa. Abita al secondo piano di un edificio fatiscente d’ epoca sovietica. Mi fa accomodare nella stanza da pranzo – cucina, ingombra di panni stesi ad asciugare su corde tese da una parete all’ altra. Quattro bambini piccolissimi e bellissimi giocano a rincorrersi inciampando nelle sedie, saltando sugli scatoloni ammucchiati. Il rabbino mi offre una bibita e commenta: «Non è kosher, niente qui è kosher~ Ma non importa, io non bevo, io sono qui per l’ ideologia». Parla un misto di russo, di inglese, di ebraico. Lo capisco a stento. «Qui ci sono ebrei che non sanno, io devo insegnare tutto e che il Messia verrà. Io sono il rabbino». Ha deciso di venire qui per la sicurezza dei suoi figli? «No, in Israele c’ è il male, c’ è anche qui, c’ è ovunque nel mondo. Ma quando il Messia verrà io sarò a Gerusalemme». Sembra un invasato ma quando guarda i suoi bambini gli si addolciscono gli occhi. Mi mostra i libri della Torah che tiene in un cartone sotto il tavolo. Si affaccia sulla soglia la moglie, giovanissima, appena 24 anni, diafana, la testa coperta da un fazzoletto. Mi complimento con lei, Ester, per i suoi quattro meravigliosi figli e lei mi dice che sono cinque, mi conduce nella camera da letto, un dormitorio: il letto matrimoniale, quattro brandine e una culla dove frigna una piccola di otto mesi. Sul comò noto la parrucca di Ester, capelli vaporosi di un biondo che dà sul rosso. Prendo commiato. Mordechai mi accompagna fin giù in strada. «Il Messia verrà», mi ripete. Faccio cenno di sì ma non ho capito niente. O quasi. La sera ceno con Vitalij Spektor, discendente da una famiglia di coloni stabilitisi qui dall’ Ucraina nel 1930. Produce vodka, vodka kosher, ventimila bottiglie l’ anno con la Stella di Davide e il candelabro a sette braccia sull’ etichetta, grandi progetti di esportarla in America e anche in Israele. Mi spiega che il rabbino Mordechai è un “Lubavitc”, un “Messianista”. Capisco qualcosa di più. Penso comunque che la vodka kosher potrà confortare Mordechai nel lunghissimo inverno del Birobidjan, prima patria ebraica. In Siberia

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