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Il Pas de deux nello scrigno di “Jewels”. Ballet Précieux celebrano l’Arte al Teatro alla Scala di Milano

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Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata”
(Ct 4, 12)

Dal 12 al 26 di Maggio, al Teatro alla Scala di Milano, si schiuderanno le porte di un ideale giardino di gemme: rappresentato per la prima volta nella sua eterogenea unità compositiva – secondo quanto si auspicava per la mise en scène dell’opera, composta dunque da tre atti distinti, il suo autorevole creatore – il trittico Jewels” offrirà agli spettatori le pregevoli sfaccettature della concezione estetica del grande coreografo, musicista e compositore George Balanchine, il ‘compendio’ storico del balletto da lui magistralmente intrecciato, l’omaggio dello stesso Maestro di origini georgiane ai luoghi più importanti del proprio itinerario artistico e spirituale.
E’ la danza pura ad essere celebrata, la tecnica cloisonné propria di un Arte che attinge ai colori dell’anima per rivelarsi: sotto la direzione di David Coleman ed Alessandro Ferrari, impreziositi dai raffinati costumi confezionati da Barbara Karinska, i tre divertissement in programma seguiranno il fil rouge delle pietre preziose, e non l’intreccio di una trama: “Smeraldi”, “Rubini” e “Diamanti” evocheranno dunque memorie, tecnica ed atmosfera distinti, custodendo tuttavia nel centro del proprio fulgore il pas de deux, ove il ballerino porterà in trionfo la propria partner glorificata dall’Amore.

Nella policromia coreografica, “Emeralds” apre le porte del sogno con una soffice musica per archi; è preludio della memoria, che alla Francia ritorna per poi dilagare nelle sale fulgenti dell’Opéra di Parigi. Verde come la perennità, il balletto si libra sulle note dei brani del genio armonico Gabriel Fauré (1845 – 1924) – grande compositore e organista francese, legato alla teoria innovativa del Lefèvre, suo maestro alla Scuola Niedermeyer – per ‘sondare’ le profondità del tempo: la purezza ideale de “le voci del chiaroscuro” (J.-M. Nectoux) del Fauré, il messaggio intimistico della suite “Pelléas et Mélisande(1898) da lui composta – opera plasmata sull’omonimo dramma simbolista di Maurice Maeterlinck – e del “chiaro di luna veneziano” di “Shylock(1889) – commedia nata dal soggetto del Nobel Haraucourt – portano lontano, agli argini dell’attesa, dove i sensi si scindono in estasi, e l’estasi diviene luce, una finestra sul divino.

La geometrica perfezione coreografica s’accende quindi dell’ardente riflesso che la Potenza sovrannaturale riversa nella Natura: l’essenza di “Rubies”, il secondo atto della rappresentazione, s’avvale del politonale “Capriccio per piano e orchestra” (1929) appartenente alla suprema arte dinamica del compositore formalista russo Stravinsky (1882 – 1971) – con il quale Balanchine, a partire dal 1924, allacciava una intensa collaborazione – per distorcere le posture classiche dell’intreccio romantico fino all’umorismo formale. Alla vivida memoria del New York City Ballet, all’energia scarlatta dell’ensemble, segue quindi lo splendore emozionale del ritorno alla Patria: l’amata Russia – il rigore e la grandeur del luogo natio, i fasti dei Teatri Imperiali – sancisce il ricongiungimento alla classicità, alla purezza delle linee, al diamante dell’Arte; e dunque “Diamonds” offre l’allocromatismo coreografico accendendosi di valzer, lirismo e regale passo a due, inebriandosi degli ultimi quattro movimenti della “Sinfonia n. 3 in Re maggiore” di Čajkovskij (1840 – 1893) per scalare la materia ed accedere infine, fra cielo e pentagramma, ai sette colori dell’iride.

Se l’idea per l’ampia ed opulenta creazione di Balanchine (1904 – 1983), capolavoro rappresentato per la prima volta a New York il 13 Aprile del 1967, è nata nella mente del coreografo passeggiando per la V avenue, al cospetto delle superbe vetrine della gioielleria Van Cleef & Arpels – attualmente, e fino al 4 Luglio 2011, sorgente dell’esposizione newyorchese Set in Style” tenuta presso il Cooper Hewitt National Design Museum, con la stupenda collezione orafa Ballet Précieux” – è innegabile l’apporto delle suggestioni offerte all’autore dalla poliedrica tradizione artistica della Georgia, sua genesi spirituale ed originariamente luogo di confluenza tra l’Occidente bizantino, il mondo islamico e l’area del nomadismo centro-asiatico (T. Velmans): una tecnica orafa antica, pregevolmente originale e profondamente suggestiva, ha tempestato dunque i sogni di Balanchine con smalti policromi e pietre preziose, onde di emozione. Celebre, a proposito della stessa arte georgiana, è il Trittico di Khakhuli (Museo Statale d’Arte Georgiana, Tbilisi. X-XII secolo), “sontuosa incorniciatura a gloria della Vergine” (Velmans), ove la pioggia miracolosa di gemme s’irradia dal cuore cloisonné del manufatto e fra racemi traforati in rosette, fili di perle e fulgore celeste – disseminati, come stelle riflesse sull’acqua, sopra un mare di oro – l’anima s’inonda infine in tre ‘Atti’ di luce, per cogliere splendente i fiori dell’anima e della memoria.

Giada Eva Elisa Tarantino

http://www.teatroallascala.org/it/index.html

http://www.balanchine.org/balanchine/index.html

http://www.vancleef-arpels.com/fr/van-cleef.html?zone=eu#/home/

http://www.museum.ge/web_page/geo/index.php

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