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Il paradiso realizzato del “meno tasse per tutti”

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Il l paese più a nord della Lombardia, zona franca. Livigno, esente da Iva e accise, ha sviluppato un modello di turismo fatto di neve e prodotti di lusso a basso costo, e in più benzina a buon mercato. Un’autonomia che ha rilanciato l’economia, e l’ha fatta diventare traino per la zona.
Arrivare fino a Livigno, al fondo di una vallata imbiancata, richiede tempo e pazienza. Agli estremi della provincia di Sondrio, è il comune più a Nord in tutta la Lombardia. Sfiora la Svizzera, con cui condivide un valico montano. Poi, è uno dei comuni più alti (tra i primi 26, è il più popoloso) ed è – ma non stupisce – il più freddo: d’inverno qui si può arrivare a -40 gradi. «Ma è un freddo secco, basta coprirsi e si resiste», rassicura Bormolini, che qui è nato ed è cresciuto, e ha anche tutta la sua attività: lavorativa e politica.

Livigno è un mondo a sé. Tanto che per arrivarci bisogna addirittura passare per una dogana. E il motivo è semplice: qui non si paga l’Iva. «Un vantaggio fiscale. Per noi è vitale», ribadisce il sindaco. Proseguendo, c’è una strada tutta curve, e alla fine le insegne del paese, che si avvistano subito da sopra e che dicono solo una cosa: “Duty Free”. Prodotti extradoganali. Fin dalla cima della frazione Trepalle, che è il centro abitato più alto d’Europa, e poi scendendo nel largo bacino della vallone, nell’aria diradata e fredda, si incontrano negozi, supermercati, profumerie, rivendite di alcolici. Andare a Livigno significa attraversare, in alta montagna, il via vai degli sciatori della “migliore stazione sciistica del 2012”, e insieme la bellezza di 19 pompe di benzina, il traffico di autocisterne e mezzi lungo strade che erano vecchie mulattiere. In mezzo, le luci di locali e hotel sempre accese, per i turisti, che sono tanti. Come in un aeroporto, solo che questo è un paese, ed è anche il Duty Free più alto del mondo.
Niente di nuovo, in realtà. «L’esenzione di Livigno affonda nella storia», racconta Bormolini. Di decreto in decreto, il paese ha creato e mantenuto una sua autonomia «almeno dal 1500». Stretta tra lo strapotere della vicina Bormio e la Svizzera, la cittadina riesce a crearsi delle franchigie sul bestiame e sui prodotti, riconosciute da tutti i poteri successivi, come l’Austria prima e il Regno d’Italia poi. Nel 1910 arriva la legge dello Stato. Prevedeva “esenzioni gabellarie” per il territorio di Livigno, che riguardavano sempre bestiame e prodotti caseari. «Deve capire. Era un popolo di contadini che, durante l’inverno, a causa della neve, rimaneva isolato nella vallata» e aveva bisogno di particolari aiuti. Nel 1952 la legge viene allargata al commercio. E nel 1973, negli anni del primo boom turistico, dopo l’apertura del valico del Gallo, viene istituito il diritto speciale sui prodotti importati nel paese. La tassa che sostituisce le altre tasse.

«Se si considera la nostra posizione, si capisce perché. A pochi passi c’è la Svizzera, con un regime fiscale molto più leggero. Per trattenere merci e persone, a noi che siamo sul confine, serve qualche tipo di agevolazione». In questo modo, «con la legge del 1973 avviene una sostituzione fiscale importante. Tutto ciò che entra nel territorio di Livigno, passando per la dogana, subisce una tassazione. Vale per le cisterne di benzina, per le sigarette, i profumi e altri beni. Si tratta di un “diritto speciale”, appunto, che applichiamo noi e che va a finire al Comune. Lo Stato, invece, non applica nessuna tassa, né l’Iva né le accise». I prezzi, allora, sono più bassi che nel resto d’Italia e attraggono gli interessati. Soprattutto per la benzina. Le casse comunali, grazie a questo, sono sempre in attivo. «Disponiamo di 26 milioni di euro». Ma anche qui, come in altri casi, «non possiamo utilizzare tutto il denaro di cui disponiamo a causa delle leggi di stabilità. Per noi l’autonomia fiscale non significa autonomia giuridica», dice con rammarico.

Con quelle cifre devono badare alle strade («sono 100 km») alle piste («anche qui, 100 km»), ai due valichi di loro competenza, e tutto quello che circonda il paese che, stretto come un serpente, si stira lungo la vallata, «e diventa lungo 15 chilometri» insieme al suo fiume, lo Spöl, «l’unico corso d’acqua italiano che va a finire nel Danubio», spiega. «E che proprio per questo garantisce all’Italia la possibilità di navigare sul Danubio senza pagare i diritti di navigazione».

Ma, fa notare, sulla questione delle tasse, c’è un punto: «Noi non percepiamo trasferimenti». Niente soldi dallo Stato, in cambio del “diritto speciale”. Più o meno un dazio locale. «Più o meno», fa una smorfia. «Ma così il paese ha un alto valore attrattivo. Per i turisti e per gli abitanti della provincia», che sono 2500, su un paesino che ne conta 6000 e che vengono a cercare lavoro, approfittando del flusso di turisti. E anche degli “sconti”.

«E proprio di questo che vive la città, almeno al 90%: turismo». Appassionati di sci e di passeggiate in montagna. E non solo. A guardare i dati forniti dall’Apt, l’Azienda per la promozione e lo sviluppo turistico di Livigno, i turisti possono dividersi in due categorie abbastanza nette: quelli estivi e quelli invernali. Nel primo caso si ha una maggioranza italiana, anzi, lombarda, che soggiorna per brevi periodi e con numeri bassi. Nel 2012 hanno toccato quota 93mila, ma sono in forte crescita rispetto al 2009. In inverno è l’opposto. Nel 2012 si sono toccati i 150mila arrivi, con una maggioranza straniera (2 a 1), e per una permanenza di almeno cinque-sei giorni. La settimana bianca, da sabato a sabato. Polacchi, russi, tedeschi: si aggirano per le due lunghe strade del paese, passeggiando per negozi e ristoranti. «D’estate vengono per fare il pieno, d’inverno per sciare»: è la sintesi. E su questi due elementi si basa l’economia, e la politica, di tutta la città, avamposto di un mondo con meno tasse e lontano, quasi autonomo, dal resto della regione che lo circonda.

A differenza del sindaco Bormolini, che appartiene a una lista civica, il vice, Narciso Zini, è iscritto alla Lega. «È l’unico partito organizzato del paese», dice. Organizzato sta a indicare che ha almeno la sede, e quella del Carroccio livignasco è nell’hotel Garni da Rin. Invece, il grande Alberto da Giussano, con tanto di spada sguainata e scudone che campeggia nella via principale, proprio sopra la Bait del Ghet «appartiene a un privato, «un leghista della prima ora come me, Carletto Bormolini», spiega con un filo d’orgoglio. Il fatto che poco a lato figuri, in piccolo, una rappresentazione di Papa Giovanni XXIII, dice molto. Qui la maggioranza della popolazione è di centrodestra, e attinge a un vecchio elettorato democristiano, da tradizione («Qui tutti vanno in Chiesa», diceva il sindaco). Livigno è stata per secoli enclave cattolica in un territorio protestante, e se ne colgono ancora i segni. Ad esempio, tutte le sue Chiese sono dedicate alla Madonna.
Per il resto, la politica fuori da Livigno sembra interessare poco. Manifesti elettorali non si vedono in giro. Nessun Ambrosoli. Ma nemmeno Maroni. «La politica? Per avere la mia fiducia dovrebbe fare di più, nel concreto», spiega Luca, maestro della scuola di sci Galli Fedele. A prevalere, per lui, è il disinteresse nei confronti dei cittadini. Ed è ricambiato. Per il resto, le piccole cose di paese sono poche. «Lotte di potere? Non sono molte – spiega il vicesindaco – Si possono individuare senza dubbio categorie più forti, come quella dei “petrolieri”, cioè delle pompe di benzina, che alimentano un flusso di visitatori ininterrotto. Più attiva d’estate, quando i valichi sono tutti attivi». Le loro risorse vengono «re-investite nell’impiantistica dello sci», in una forma di “equilibrio perpetuo”, Nello stesso modo si muovono commercianti e albergatori, che «marciano uniti», in una «associazione, che cerca di tenere uniti gli interessi delle due categorie. In questo modo le diverse direzioni vengono tenute insieme, per il bene di tutti». Gli attriti ci sono, anche in queste cose. Ma contenuti.

Del resto, negozi e hotel sono l’anima del paese. Le insegne luminose, le radio che trasmettono fuori dagli edifici, dominano lo scenario delle strade del centro. L’offerta di alcolici e profumi a prezzi più bassa è vasta. E la scritta più diffusa è sempre quella Duty Free. «Quello che si vede è un paese che nel giro di pochi anni ha cambiato pelle», racconta Fulvia Elena Silvestri, della cartoleria Marazzi e Silvestri. «Ed è peggiorato», conclude. «Tutta colpa della extradoganalità. Ormai andrebbe tolta». La signora Silvestri è figlia di Battista Silvestri, storico della città, maestro elementare e ricostruttore dopo i tempi della guerra. Figura importante in paese, tanto che «la legge sull’esenzione del 1973 è passata per le sue mani. Il nonno è stato invece promotore della legge del 1910». Lei, invece, è stanca di essere in una zona franca. «Ci ha rovinato» O meglio: «Ci ha fatto stare molto bene, perché ha dato respiro nei momenti di difficoltà. Senza non saremmo mai cresciuti». Ma ora basta. «Il paese è irriconoscibile, pensano tutti solo ai soldi. Si è sfaldato, non c’è più unità, collaborazione, aiuto…»

I mali della modernità. «Il prezzo lo abbiamo pagato così, dimenticando quello che eravamo. Forse però sono anche cose inevitabili, quando scegli di aprirti così. Ma è un peccato, tutto troppo veloce». Il punto è che l’esenzione «ci ha impedito di impegnarci di più, di fare altro. Mio padre era uno di quelli che ha ricostruito la città dopo la guerra. Era uno dei più istruiti, aveva studiato fuori, aveva esperienze intense». Oggi, invece, «la gente viene qui solo per fare il pieno». E «le Chiese sono sempre più vuote»

Mentre si perde nella nostalgia, la raggiunge la madre, cioè Leni Marazzi, ultranovantenne. Lei ricorda ancora i marajà che andavano in vacanza in Svizzera, o i tempi in cui il prete del paese la condannava perché portava i pantaloni e andava in bicicletta. «La prima in paese», ridacchia. E le fotografie con le prime Kodak. Ma sul presente di Livigno ha uno sguardo meno amaro della figlia. «Le cose vanno così», sospira. Di fondo, vanno al solito modo. Livigno per loro è forse un piccolo paradiso perduto. Pur con i sentimenti contrastanti di un paese che cambia in modo sempre più veloce, l’esenzione fiscale è sempre vista come una cosa utile. Forse meno che in passato, ma di sicuro vitale. Per questo il paese va per la sua strada, assalito da autocisterne, turisti e compratori. In un’indifferenza pari solo alla sua distanza dal resto della regione, che guarda da lontano, forse dall’alto, di una forma di autonomia.

Fonte: Linkiesta

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