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Dei laogai e dell’economia globale: il business dello schiavismo

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Cos’è cambiato dal racconto dei sopravvissuti? Nel 1987, quando il presidente taiwanese Chiang Ching-kuo finalmente abolì la legge marziale, dopo quasi quarant’anni, il Government Information Office di Taiwan tenne il suo primo Salone Internazionale del Libro di Taipei. La mostra, che allora raccolse 67 editori provenienti da 11 paesi, ha attirato 420 editori internazionali provenienti da 60 paesi diversi nel 2012.

La mostra è un simbolo di liberalizzazione e democratizzazione di Taiwan, e il suo impegno per la libertà di parola. A causa della rigida censura nella Repubblica popolare cinese, molti attivisti pubblicano il loro lavoro a Hong Kong e Taiwan, che garantiscono la libertà di stampa. Tra di loro c’è Harry Wu, un 75enne cinese che ha trascorso 19 anni nei cosiddetti ” campi di rieducazione “, o laogai, un sistema cinese di campi di lavoro che in origine ricalcava il modello del Gulag sovietico. Wu ha scritto molto sul sistema laogai, combinando notizie di prima mano con attività di ricerca.

Ci sono due tipi di campi: i suddetti laogai e i laojiao. Il primo è una prigione usata per detenere individui condannati ai sensi del codice penale cinese, mentre la seconda è utilizzata per “riformare” coloro che hanno solo commesso reati minori  . La detenzione nei laojiao può durare fino a tre anni e non richiede un procedimento giudiziario, nei laogai, si può essere condannati a vita, ma solo dopo un processo. Entrambi i sistemi mirano a “rieducare” i detenuti attraverso il lavoro .

Nel 1994, il governo cinese ha ufficialmente abolito il termine laogai, per poi rinominarlo jianyu. Attualmente ci sono dai 6 agli 8 milioni di detenuti che lavorano in campi di lavoro, per lo più criminali comuni oramai.

Wu ha impressi nella mente vividi della vita nei campi laogai che ha conosciuto dal 1960 al 1979. ” Ogni mattina vedevamo come prima cose le pistole puntate contro di noi. Ci facevano allineare, ci dividevano in gruppi e ci assegnavano appezzamenti di terreno sui quali c’era, a seconda, da raccogliere l’uva, foglie di tè, cotone ecc. Non potevamo andare oltre allo spazio assegnato, solcato solo da una linea invisibile. Varcarla significava morire. Ogni laogai ha due nomi: quello del centro di detenzione e quello della fabbrica. Tu devi affrontare una quota di lavoro quotidiano, sino a 18 ore, sennò non ti danno da mangiare. Spesso devi lavorare in condizioni pericolose, come nelle miniere, con prodotti chimici tossici. Scariche elettriche. Pestaggi manuali o con i manganelli. L’utilizzo doloroso di manette ai polsi e alle caviglie. La sospensione per le braccia. La privazione del cibo e del sonno. Questo ho visto, e così è stato per preti, vescovi cattolici, monaci tibetani”

Secondo la Laogai Research Foundation, un’organizzazione non-profit che Wu ha fondato nel 1992 per sensibilizzare l’opinione pubblica sui laogai, ” I laogai sono un business inestimabile che il governo cinese sfrutta per essere competitivo nei mercati nazionali ed internazionali. Un intenzionale lassismo sui requisiti di etichettatura per i prodotti industriali consente ai prodotti laogai di non essere più rintracciabili una volta commercializzati. ” ( Seppure ufficialmente lo Stato cinese proibisca l’esportazione dei prodotti che escono dai campi di lavoro ndr)

Riassumendo: la Cina ha la colonia penale più estesa del mondo ( e non è del tutto superato il rischio dei metodi di rieducazione di memoria maoista) e quindi una riserva di produttività senza pari nei laogai. Negli ultimi due decenni è diventata la più grande esportatrice di beni di consumo ma il suo business model basato sulla schiavitù sponsorizzata dallo stato può vantare la corresponsabilità internazionale quando si parla di mercato globale e prodotti a basso costo. L’Europa naturalmente non fa eccezione e nonostante l’argomento sia stato oggetto l’anno scorso di una discussione parlamentare – non si è presa alcuna decisione al riguardo.

Laura Elisa Rosato

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